Anche quest’anno ho voluto provare MyLand, la quarta edizione. Alla prima edizione del 2015 eravamo quattro gatti, tra l’altro accompagnati da un diffuso scetticismo e da un freddo bestiale. Alla seconda edizione, del 2016, ho raddoppiato la percorrenza e ho tentato la 220 km, riuscendoci a costo di un’enorme fatica. L’anno scorso ho provato a crescere nella distanza, presentandomi per la 400 km, ma un guasto meccanico mi ha fermato appena dopo 40 chilometri.

Comunque ci ho preso gusto e, lo confesso, mi pesava anche il non avere portato a termine la precedente edizione. Così decido di riprovarci, ancora con la distanza maggiore, cresciuta intanto a 440 chilometri. In verità, dopo che sono iniziate a trapelare le prime indicazioni sullo sviluppo del percorso verso la penisola del Sinis, sono rimasto indeciso fino all’ultimo se modificare la mia iscrizione sulla più ragionevole distanza della 220. Tra l’altro, sicuramente non mi stavo presentando con una preparazione fisica all’altezza. Negli ultimi sei mesi, dopo il Belvì Trail, ho pedalato esattamente la metà di quanto avevo fatto l’anno passato nello stesso periodo, infine, avevo dei brutti presentimenti sul lungo tratto di raccordo tra il Monte Arci e il Montiferru. Eppur bisogna andare!
Per la 440 km avevo intenzione di partire da solo, muovendomi in autonomia, cioè portando con me tutto ciò di cui si può avere necessità lungo il percorso e forse anche qualcosa di troppo.
La partenza nel primo pomeriggio del sabato condiziona fastidiosamente la pianificazione della tabella di marcia della prima giornata, quella in cui ci si può esprimere al meglio, ma queste regole valgono per tutti e vanno accettate per quello che sono. Sulla carta potrei spingermi abbastanza in avanti, ma so anche che le ambizioni devono fare i conti con la realtà. L’idea è quella di fermarmi dove e quando possibile per riposarmi, possibilmente non nei check point, ma voglio anche evitare di bivaccare vicino al mare. Sono deciso a portare comunque a termine il percorso integralmente anche se dovessi arrivare oltre il tempo massimo. Su una distanza come questa, anche ogni chilometro può essere un traguardo.

La partenza, riscaldata da un bel sole, è festosa e disordinata. Attaccando tutti insieme, in oltre 200, con un percorso comune, ci si ritrova imbottigliati più volte. Dopo l’inizio della salita verso Roja Menta il gruppo finalmente si sgrana e si può iniziare a tenere un ritmo più o meno regolare. Incontro Giovanni, che procede anche lui da solo, e faremo piacevolmente equipaggio insieme per un bel po’ di strada, fino a Ruinas. In discesa verso la pianura di Marrubiu siamo accompagnati da un’inquietante colonna sonora fatta di tuoni sempre più vicini e intanto il cielo si chiude in un grigio scuro compatto. Alla fine, il temporale che ci insegue si scarica violentemente proprio quando arriviamo alla chiesetta di Santa Suina (sic). La possibilità di attendere al riparo che il temporale si scarichi è troppo ghiotta e passiamo forse un’ora prima di potere riprendere la via. Intanto la pioggia è talmente violenta che io e Giovanni troviamo riparo in due punti diversi del santuario e restiamo separati per tutto il tempo senza che a nessuno dei due venga in mente di andare a ricongiungersi con il compagno.

Ripartendo, la pianura in certi punti è quasi allagata, la pioggia che non abbiamo preso dal cielo ci viene ridata dalla strada mista a fango ed escrementi di pecora e, quando arriviamo ad Arborea, con Giovanni votiamo unanimi per fermarci a mangiare qualche cosa in un bar.
Proseguiamo per chilometri, al buio, a ridosso di aziende agricole che odorano di mangimi fermentati, putridi canali di bonifica, zone industriali spettrali e lungo argini brulli che segnano la foce del Tirso. Al check point di Torregrande, insieme minimalista e sontuoso, giungiamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia e, fatte le nostre valutazioni, decidiamo di fermarci a dormire qualche ora per affrontare il Sinis al sorgere del sole.
La mattina, dopo Torregrande, nulla va come si prevedeva: di dormire, anche se per poche ore, come da programma, quasi non se ne parla e quello che doveva essere un rapido trasferimento verso il mare si rivela una colossale perdita di tempo, intrappolati nell’argilla dei campi che separano il piccolo villaggio di San Salvatore dalla torre di Seu, sulla costa. In linea d’aria sono poco più di tre chilometri, ma costano tanto in fatica, frustrazione e ansia di rompere qualcosa. Tormentati dalle zanzare, portiamo di peso le biciclette che neppure riusciamo più a spingere, bloccate come sono dal fango. Quando finalmente arriviamo alle prime case, chiediamo dell’acqua per lavare le biciclette, ma  ci viene negata, piuttosto ci regalano un po’ di gasolio. Ci spiegano che costa meno dell’acqua, sicuramente se ne usa di meno. Sacrificando lo spazzolino da denti iniziamo la lunga e meticolosa operazione di pulizia delle trasmissioni delle due biciclette.

Proseguiamo seguendo il lungo profilo di Capo Mannu, che per essere mannu effettivamente è grande. Passiamo intorno ai campeggi e al golf club a sud di S’Archittu e penso che, così combinato, non potrei fare a meno di sentirmi un po’ ridicolo se incontrassi lì qualcuno a spasso per la passeggiata domenicale in pineta. A Santa Caterina, da dove inizia la salita per il Montiferru, per una fortunata combinazione – cui corrisponde la sfortuna di chi si è dovuto ritirare per la rottura del cambio in mezzo ai fanghi del Sinis – posso affidare il grosso del mio carico a due MyLanders che seguono con la macchina l’unico del loro gruppo che ancora ci sta provando e che mi faranno ritrovare a Santulussurgiu i miei materiali. La salita è lunga ma scorrevole e regolare, almeno fino alla sorgente di Elighes ‘Utiosos. Da qui inizia un assaggio degli schiaffoni a sorpresa che troveremo lungo il percorso: si sale lungo una strada abbandonata, devastata dai canali scavati dalle piogge e in certi tratti trasformata in una pietraia ripida e insidiosa dove diventa difficile anche solo camminare. Dopo un breve tratto in cui si riprende in scioltezza, la discesa al paese, che in condizioni normali sarebbe una bella e impegnativa discesa tecnica, diventa estenuante, con il ripetuto salire e scendere dalla bicicletta per affrontare con prudenza i passaggi più critici. Insieme a Giovanni, siamo gli ultimi a essere registrati al check point di Santulussurgiu.

Ripartiamo per il secondo tratto di trasferimento che porterà alla scalata del Grighine. Dopo una pausa per mangiare qualche cosa a Villanova Truschedu, ci fermiamo per la notte in una comoda baracca a metà dell’ascesa, decidendo di recuperare le energie con un buon sonno di cui entrambi sentiamo ormai l’urgenza. Preso atto che le difficoltà più importanti devono ancora arrivare, per me la prospettiva di proseguire senza tenere conto del tempo massimo di percorrenza si fa più concreta, del resto, anche se mi piace pedalare di notte, trovo insopportabile attraversare luoghi per nulla o poco conosciuti senza la possibilità di godermi il paesaggio. Sessanta, settanta, cento ore: che differenza fa? Sappiamo tutti che la bicicletta è uno sport che richiede tanto spirito di sacrificio e tenacia. Forse, però, anche arrivare fuori tempo massimo, ma arrivare comunque, senza la gratificazione del riconoscimento di un’attestazione di finisher, alla fine è una prova di determinazione. My way.
Ripartiti poco prima dell’alba, saliamo abbastanza rapidamente in cima al Grighine, poi il percorso riserva altre sorprese: la discesa a Ruinas è interrotta da una salita spaccagambe a cui segue una discesa ripida e insidiosa sulla roccia viva di un’antica carrareccia, in tutto simile a quella che poi troveremo prima di Villa S. Antonio. Non bastasse questo, anche dove si potrebbe pedalare, finalmente in pianura, i solchi dei trattori, il fango e le pietre costringono a proseguire a piedi per lunghi tratti. Vado in bicicletta anche perché mi piace pedalare, inizio a guardare alle salite del Roja Menta, di Elighes ‘Utiosos, del Grighine e perfino di Nuraghe Nolza, come tratti di fatica leale e tollerabile, mentre questo gioco ripetuto di equilibrismo sui sassi, i muri violenti e il fango onnipresente, sporco e appiccicoso, minacciano di intaccare le mie motivazioni. Intanto Giovanni, che ancora conta su un arrivo nei tempi, procede molto più velocemente di me e l’equipaggio si scioglie prima di arrivare ad Asuni.
Ripartito dal check point di Asuni mi convinco ancora di più che questi percorsi sono fatti per essere goduti alla luce del sole: la vista sullo sperone del Castello della Medusa vale la fatica, così come l’arrivo al Nuraghe Nolza. La tentazione di tagliare il percorso in questo tratto è fortissima, ma avere riguadagnato la regolarità della progressione mi rigenera e tengo duro, anche perché ho già superato da un pezzo la metà del percorso e posso ancora andare avanti.

Al check point Nolza un tizio mi accoglie con un severo: È questa l’ora di arrivare? Questa esperienza, combinata con un’altra simile la scorsa estate nello stesso luogo, mi convince che questa gente non ha proprio stoffa per l’accoglienza. Diversamente dagli altri CP, calorosi e accoglienti, questo non è un luogo o una compagnia che inviti a trattenersi, ma riesco comunque a fare tardi anche qui e passa quasi un’ora senza che me ne renda conto. La progressione dopo Meana Sardo prosegue ancora regolare: può capitare di spingere, ma sono tratti brevi, più per risparmiare energie che per oggettiva difficoltà. Intanto fa buio e piove un poco, finalmente vedo le luci di un paese a quello che sarà forse appena un chilometro oltre gli alberi. Per un momento mi illudo che sia Tonara, ma la traccia gira bruscamente a destra e, dopo un attraversamento ferroviario, attacca una salita che da subito si mostra impossibile e tale sarà per tutti e credo che lo resti in qualunque condizione.
Attivo la mappa IGM sul gps e valuto la situazione: il paese era Sorgono, le curve di livello si presentano inesorabili per un bel tratto ma fortunatamente ci sono dei ripari a distanze che sembrano brevi. Escludo di proseguire per i 30 chilometri che mi separano da Belvì, sto proseguendo con una lentezza esasperante, inizio ad accusare una certa stanchezza e le condizioni meteo stanno evidentemente peggiorando, con vento forte e ogni tanto un po’ di pioggia. La salita si dimostra estenuante e ci metto quasi un’ora per coprire appena un chilometro e mezzo e poco più di duecento metri di dislivello. La bicicletta spinta in salita si arena continuamente sui sassi e mi blocca ogni tre o quattro passi, costringendomi a combattere per tenere l’equilibrio. Finalmente vedo avvicinarsi il way point casetta con camino e faccio appena in tempo a ripararmici dentro che attacca una pioggia fredda e intensa. Nonostante le apparenze è un riparo dignitoso: il camino è puramente decorativo, dato che non c’è traccia di legna utilizzabile neppure nelle vicinanze, è ragionevolmente pulito e c’è un tavolo con qualche sedia. Trovo anche una mezza bottiglia d’acqua che integra le mie riserve, ormai ridotte al mezzo litro di emergenza, che userò per cucinare e per preparare il thè.

È il momento in cui tutto è fermo e ascolto il vento che sferza la casa con la pioggia. I vestiti bagnati di pioggia e sudore li ho stesi come ho potuto e indosso quel poco di asciutto e caldo che mi porto per sicurezza. Faccio bollire l’acqua per preparare una robusta cena a base di liofilizzati. Ho tempo per riflettere e cercare di rilassare i muscoli doloranti. Finché sto sveglio la bufera non si placa e la mattina mi alzo in mezzo alla nebbia. La temperatura è bassa e piove ancora. Mangio qualcosa e, mentre scaldo l’acqua per il tè, esamino meglio la mappa per il tratto che ancora devo fare e che non conosco proprio nella parte che sembra più impegnativa. La conclusione è che in queste condizioni non vale più la pena di proseguire seguendo la traccia: la distanza è modesta ma resta da fare ancora un tratto di salita e di cresta che, per quanto breve, potrebbe essere anche peggiore di quello fatto la sera prima.
Potrei attendere un miglioramento del tempo al coperto, anche per 24 ore, ma tutto lascia pensare che potrebbe durare, come effettivamente sarà. Temo che l’organizzazione possa darmi per disperso, dato che non sono raggiungibile al telefono, e ho finito l’acqua, anche se basterebbe mettere fuori il pentolino e ingegnarsi un po’ per raccogliere dell’acqua piovana e integrarla con delle bustine di sali.
Basta seguire la pista principale per scendere a valle, oltretutto nella direzione migliore per una fuga. Dopo 307 chilometri è arrivato il momento del ritiro. Ho fatto quello che potevo, proseguire in queste condizioni sarebbe imprudente, per non parlare della completa assenza di qualunque piacevolezza.

Rassegnato e bastonato, parto sotto la pioggia. Finché procedo al riparo del bosco la situazione è accettabile, a parte il fango immancabile, invece sull’asfalto l’acqua battente finisce per vincere quasi tutte le protezioni. Tonara è avvolta nella nebbia e appare deserta: solo pochi dei bar aperti mostrano segni di vita. Vorrei fermarmi a prendere qualcosa di caldo ma sarebbe troppo complicato fermarsi e ancora di più costerebbe ripartire. Per resistere al freddo in discesa mi focalizzo su quanto di piacevole spero di trovare a Belvì: amici, caminetto, acqua calda, cibo. Penso anche a quelli che sono ancora sul percorso e che potrebbero essere proprio nel tratto alto, intorno a Gadoni, lassù, da qualche parte in mezzo a quell’impenetrabile grigiore. Insomma, anche se c’è sempre il rischio di trovare il CP chiuso, potrebbe andare peggio.
Invece, tutto è bene ciò che finisce bene: a Belvì trovo Sebastiano e Valentina, i padroni di casa, sulla soglia del CP, il solo vederli scaccia il freddo e la tristezza. Ritrovo Giovanni, anche lui ritirato: ce l’ha messa tutta ma è stato respinto dalle condizioni impossibili della salita che portava a Gadoni. Un’interminabile doccia calda, il caffè bollente, la frutta fresca, i vestiti asciutti e la gentile premura degli amici mi aiutano a dimenticare la pena delle ultime ore e la delusione del ritiro. Avrò il tempo per fare un bilancio e nuovi progetti.

Il bivacco di Stefano Olla sulla Grande Giara nel 2017