E’ passato tempo dalla grande avventura in mtb che attraversa la Marmilla e ora, a freddo, posso tirare le somme e raccontare questa fantastica avventura. L’anno scorso mi sono lasciato dietro due grandi endurance tra le più dure in Sardegna: la MyLand e il Gtrack. La prima si concluse con un secondo posto dietro alla leggenda delle endurance Maurizio Doro, mentre nella seconda riuscii a prendere il miglior tempo assoluto. All’epoca mi riproposi di fare meglio l’anno successivo e così, a partire da novembre 2017, ho iniziato la preparazione per questa grande avventura, per fare meglio e per dimostrare a me stesso di poter andare oltre i limiti che avevo a quel tempo.

La partenza è fissata per le 14 di sabato 28 aprile da Baradili, il paese più piccolo della Sardegna, accogliente oltre ogni immaginazione e curato in ogni piccolo dettaglio. Arrivato la notte prima, per riposare dal lungo viaggio in macchina e ambientarmi con calma, mi sono subito accorto che il paese era immerso nella manifestazione, quasi monopolizzato dalla stessa, tappezzato di locandine e manifesti pubblicitari che sponsorizzano la MyLand. Ho cercato un posticino tranquillo dove parcheggiare e poter dormire. Al mattino la sveglia è impostata per le undici ma alle 9.30 sono già sveglio e pronto a consegnare i bagagli da recapitare a ogni check point e a ritirare il trail pack e la targhetta con il nome da attaccare sulla bicicletta. Sbrigate le fasi preliminari torno sul furgone a dormire, cerco di riposare il più possibile prima dell’inizio della manifestazione ma chiaramente non riesco: i concorrenti iniziano ad arrivare e nella zona parcheggio situata a ridosso del campo sportivo, si alzano le voci di chi sistema e monta le biciclette e di chi parla di ciò che sta per succedere. Saluto Maurizio Doro e incontro tutti gli altri atleti visti l’anno precedente: il maestro Antonio Marino, Cristian Murru, Federico Sanna, Cristian Noce, Giuseppe Demuro e via via tutti gli altri. Ci scambiamo saluti, foto e chiaramente tutti si fanno gli auguri per un buon andamento della gara, con l’auspicio di vederci ai CP o all’arrivo. Il tempo passa e le 14.00 arrivano velocemente. Ci schieriamo tutti sulla piazza, il sindaco insieme agli organizzatori fanno il loro discorso di benvenuto e Amos Cardia da il via alle danze.

Sulla linea del via i partecipanti di tutte e tre le distanze: 120, 220 e 440 km. Si parte, appena usciti dalla piazza si svolta a destra, un rettilineo asfaltato e poi una sterrata che ci porterà attraverso i paesi di Gonnosnò, Figu, Curcuris, Ales, Zeppara e Villa Verde, dal quale inizierà la prima grande salita verso il primo CP, Roja Menta. Lungo la prima parte del tracciato tengo una buona media, prendo un po’ di vantaggio ma vengo subito raggiunto dai primi quattro partecipanti della 120 km che hanno un passo molto più spedito del mio. Inizia la salita di pietre che si trova poco prima del CP di Roja Menta e veniamo raggiunti da uno dei partecipanti della 440 km, Emmanuel Cau, che l’anno precedente era arrivato primo al traguardo della 220 km. Sto un po’ con loro e arriviamo al primo CP. Chiaramente tutti si affrettano a ripartire, si firma di fretta, in pochi mangiano o bevono. La MyLand 2017 mi ha insegnato che non c’è fretta di ripartire, la gara è lunghissima e siamo solo al km 29.
Arrivano anche tutti gli altri big, Maurizio (Doro), Antonio (Marino), Federico (Sanna) e gli altri. La sala è ora affollata, ma una pausa di cinque o dieci minuti è più che sufficiente per rifornire la borraccia e ripartire. Lasciato il primo CP si pensa già al secondo che si trova al km 91 a Torregrande. Il tracciato si fa un po’ meno ostico, oltrepassati i 40 km inizia una lunghissima discesa che porterà tutti noi sulle pianure del Campidano oristanese e poi al mare. La discesa è veloce e tecnica, i tornanti si susseguono ininterrottamente, mi raggiunge Maurizio Doro e facciamo qualche chilometro insieme fino ad arrivare alle prime pianure in prossimità di Marrubiu, dove lui a causa di un problema alla catena rimane attardato. Davanti a me due concorrenti, Emmanuel Cau e Federico Sanna, attraversiamo velocemente Marrubiu e subito dopo Arborea. Si arriva al km 75 dove sabbia e paesaggi marini fanno da contorno a uno scenario bellissimo: sul litorale di fronte allo stagno di Trottu si svolge una gara di pesca e ne approfitto per fare qualche foto con il bellissimo paesaggio.

Poco dopo arriva ciò che non ti aspetti, un bel acquazzone. Dopo essermi riparato sotto un ponte e aver messo l’attrezzatura da pioggia riparto verso il CP macinando chilometri di pianura. Arrivo finalmente a Torregrande, rifornimento di cibo e acqua, un po’ di riposo e subito si riparte. Da qui ci saranno altri 40 km di pianura e poi inizieranno le vere salite, la prima delle quali porta al terzo CP a Santu Lussurgiu. Usciamo dal check point, davanti a me sempre Cau e Sanna, non so a che distanza si trovino perché sono usciti molto tempo prima della mia ripartenza. Mi si rompe il porta pacchi e mi ritrovo a dover smontare tutto il sistema per poter continuare. In previsione di una cosa simile avevo portato uno zaino in modo tale da non dover rinunciare in caso di guasto. Questa accortezza si è rivelata una mossa vincente e dopo aver tolto il pezzo difettoso posso finalmente ripartire.
Passano pochi chilometri e inizia a calare il buio, in lontananza vedo delle luci familiari e capisco che i concorrenti che mi precedono si sono imbattuti in un bel tratto di argilla che grazie alle piogge è diventata colla. La bici si riempie di tutto, le ruote si bloccano ed è praticamente impossibile pedalare. A stento mi trascino fuori dalla strada fangosa, ripulisco come posso dal fango accumulato sulla bici e cerco di rimettermi sulla strada. La bici pesa il doppio di prima, ma pian piano la situazione migliora fino a permettermi di pedalare almeno decentemente. Nel frattempo Maurizio Doro chiude il gap che ci separava e iniziamo a pedalare in tandem, le spiagge si susseguono, attraversiamo i paesi di Putzu Idu, Mandriola, Sa Rocca Tunda, sino alla pineta di Is Arenas. La sabbia si insinua dappertutto, la bici inizia a scricchiolare, un disastro. Arriviamo a Torre del Pozzo, S’Archittu e infine Santa Caterina di Pittinuri. La bella vita è quasi finita. Arriviamo al km 153, inizia la salita che ci porterà fino a Santu Lussurgiu, una salita assurda, la più lunga da affrontare, di circa 20 km con pendenze che arrivano a sfiorare anche il 25%.

Una dopo l’altra le salite si susseguono, la strada spiana e poi sale, è un continuo saliscendi che sembra interminabile. Le ultime decidiamo di farle a piedi, la strada è molto lunga ancora ed è meglio conservare le energie. Una volta scollinato ci troviamo di fronte un’altra sfida, per me più ardua della salita: un single track lungo più di un chilometro che ci porterà a Santu Lussurgiu. Il single è incredibilmente tecnico, discese ripide, rampe, curve a gomito e tornanti stretti, salti e pietre smosse. Tiro un sospiro di sollievo una volta che il peggio è passato e finalmente arriviamo al CP. Ci aspettano due ragazzi gentilissimi, la pratica è sempre la stessa, mangiamo, beviamo e dopo un po’ di riposo riprendiamo la strada. La bici è ancora infangata e non c’è modo di lavarla, speriamo di trovare qualche cosa più avanti.

Inizia una lunghissima discesa che termina una volta attraversato il fiume Tirso, dopo il quale inizia la risalita per il monte Grighine. L’ascesa è pesante e dura, non quanto la precedente ma pur sempre dura. Arriviamo in vetta e inizia la discesa. Il CP successivo è quello di Asuni e prima di arrivarci è necessario affrontare saliscendi continui attraverso i paesi di Ruinas, Villa S’Antonio e Senis, dopo il quale compare finalmente Asuni. Il CP è poco affollato, all’interno ci sono solo due bici e i partecipanti della 220 km che stanno riposando. Faccio due chiacchierate con i ragazzi del check point e per fortuna c’è la possibilità di lavare la bici, utilizzo dell’olio da cucina per lubrificare la trasmissione, non sarà il massimo ma in mancanza d’altro è meglio di niente. Arriva Maurizio, durante la notte la situazione tra i primi in gara è cambiata: Federico si è fermato a riposare ed Emmanuel è scomparso dai radar da un bel po’. Gli unici che stanno riuscendo a tenere un buon ritmo siamo io e Maurizio, gli altri sono leggermente attardati, ma presumibilmente arriveranno a breve. Dopo aver mangiato un bel piatto di pasta al sugo appena fatta, riparto lasciando Maurizio a finire il suo spuntino.

E’ già mattina e mi aspetta la salita per il prossimo CP che si trova al nuraghe Nolza. La temperatura è altissima, credo che nella conca si sfiorino i trenta gradi. Le braccia iniziano a bruciare sotto i raggi del sole, ma la sofferenza è alleviata dall’incontro con alcuni partecipanti della 220 km con i quali abbiamo alcuni CP in comune. La salita è lunga e il caldo si fa sentire, ma la cima è vicina e all’ora di pranzo finalmente arrivo. Trovo molti partecipanti della 220 km con i quali scambio quattro chiacchiere, si parla del più e del meno, di come procede la gara, aspettative e così via. Dopo il solito rifornimento riparto. Mi sono fermato per circa venti minuti e Maurizio non è arrivato, ma sono certo che a breve ci ritroveremo sulla strada. Dopo Nolza inizia un’altra serie di salite pazzesche, che attraverso i paesi di Meana Sardo e Tonara porteranno la carovana a Belvì, sede del prossimo CP. Dopo aver affrontato salite e discesa arriviamo al km 300. Trovo una salita incredibile, una sassaia pazzesca da fare completamente a piedi, con pendenza che arriva anche questa volta fino al 25%. Una bastonata assurda dopo aver percorso così tanti km. Arrivato in cima dopo mille imprecazioni inizio a sentire in lontananza tuoni minacciosi. Una pioggerellina leggera inizia a cadere ma non me ne preoccupo più di tanto. Comincia la lunghissima discesa e arrivo a Tonara, un paese fuori dal normale: due persone camminano in salita praticamente piegati in avanti di 45 gradi tanta è la pendenza della strada. Esco dal paese e iniziano i problemi, la pioggia si fa insistente e mi ritrovo sotto un acquazzone in mezzo a una strada sterrata priva di ripari. La pioggia è talmente forte che non posso aprire lo zaino per prendere l’attrezzatura antipioggia per paura di bagnare il contenuto e rovinare tutto. Dopo venti minuti la pioggia diminuisce leggermente e ne approfitto per coprirmi e finalmente riesco a ripartire.

Cinque minuti dopo arriva Maurizio, che ha anticipato la pioggia e ha recuperato terreno. A questo punto iniziamo a pedalare insieme, attraversando ponti, saltando cancelli, scansando vacche che riposano sulla strada, affrontando salite e tratti tortuosi in discesa, fino a raggiungere tre torrenti a pochi chilometri da Belvì, che guadiamo bagnandoci completamente le gambe fino alle ginocchia. La speranza è trovare una stufa al CP per poter asciugare gli indumenti. Il paese è ormai davanti a noi, la salita in acciottolato ci porta a scendere dalla bici e arriviamo al CP a piedi. All’interno l’accoglienza è meravigliosa, persone gentilissime che ci danno tutto ciò che ci serve. Il caldo all’interno del locale è bellissimo, proprio quello che ci vuole per asciugare tutto prima della ripartenza. Con Maurizio decidiamo di riposarci un’oretta prima di ripartire. Ne approfitto per fare una doccia e per cambiarmi, mangiamo e parliamo, le persone sono entusiaste di questa manifestazione. Il buio sta per calare, di fronte a noi altri 110 km prima di arrivare alla fine, il sonno inizia a fare la sua comparsa. La notte precedente abbiamo pedalato senza sosta e la seconda notte sarà quella della verità. Usciti dal check point si riparte a piedi così come siamo arrivati. Altri saliscendi attraverso i paesi di Gadoni, Laconi, Nuragus e Genoni, prima di arrivare al CP di Assolo.

L’ultima fatica da affrontare è rappresentata dalla Grande Giara. Quest’anno per arrivare in cima dovremo affrontare una scalinata, bici in spalla e via su per la salita. Non è lunghissima ma è molto dura e pericolosa, le pietre sono scivolose e il rischio di farsi male è alto. Arrivati in cima, la Giara si presenta con le sue caratteristiche pietre che mettono a dura prova il fondoschiena e l’equilibrio. Seguendo il sentiero arriviamo al muro che ci separa dall’asfalto e alle fine delle salite. Dalla Giara una lunghissima discesa ci porta a fondovalle, attraversiamo le pianure che ci porteranno all’ultimo CP prima di Baradili, il freddo è talmente pungente che i denti iniziano a battere, riduciamo la velocità talmente tanto da essere quasi fermi. La notte lascia spazio alle prime luci dell’alba e in lontananza si intravede il CP di Sa Corona Arrubia. Quando arriviamo tiriamo un bel sospiro di sollievo, il tepore all’interno della struttura è gradevolissimo, beviamo un thè caldo e dopo poco ripartiamo. Mancano circa 12 km alla fine del trail. Usciti dal check point una salita da affrontare a piedi e finalmente la pianura. Con Maurizio ormai passeggiamo chiacchierando, discutendo di come sono andate le cose durante il trail, scambiandoci opinioni e complimenti reciproci, l’impresa è quasi fatta. Incontriamo anche alcuni partecipanti della 120 km Ultra Trail, anche loro in prossimità del traguardo finale. Tutto scorre normale, di fronte a noi finalmente Baradili, sono le 8.10 del mattino, è fatta. Dopo 42 ore e 10 minuti senza mai dormire, con una sola sosta fuori dai check point per mangiare un panino in tre minuti, abbiamo finalmente concluso il lungo percorso della Myland 2018.

Amos ci accoglie al quartier generale, firmiamo il registro degli arrivi e facciamo qualche foto celebrativa dell’evento. Ci facciamo i complimenti reciproci con Maurizio e poi ci lasciamo per andare a riposare, ci rivedremo il giorno seguente per la consegna degli attestati. Al mio risveglio trovo Federico Sanna che nel frattempo ha concluso il trail. Ci fermiamo per un caffè e scambiare quattro chiacchiere su come è andata la gara. Il tempo è peggiorato, la pioggia non smette e arrivano notizie di concorrenti in difficoltà sul percorso, alcuni di loro purtroppo non riusciranno a finire il trail. La sera, dopo un altro momento di riposo, con Federico andiamo a mangiare una pizza e ancora non arrivano gli altri concorrenti che si sono attardati lungo la strada, che ora devono affrontare anche il problema del maltempo.

Si va a dormire e il giorno dopo iniziano ad arrivare i concorrenti mancanti, giusto in tempo per chiudere la gara entro il tempo limite. Alle sedici ci ritroviamo tutti presso il ristorante del paese, allestito all’ultimo momento per permettere la consegna degli attestati. L’idea iniziale era quella di fare tutto all’esterno ma il maltempo ha costretto gli organizzatori a spostarsi all’interno. Si scambiano opinioni, è affascinante ascoltare le avventure e le disavventure vissute dagli altri, sono informazioni preziose per evitare di fare gli stessi errori in futuro, non si smette mai di imparare. Arriviamo alla foto di rito e poi tutti a casa per ritrovare i familiari e condividere le proprie esperienze sui social.

La MyLand 2018 è stata nel complesso un’ardua sfida, molto più dell’anno precedente: il portage è stato un elemento caratterizzante della manifestazione, salite interminabili da fare completamente a piedi, passaggi tortuosi, strade strette, scale, attraversamenti di canali, spiaggia e fango, situazioni che mettono a dura prova la resistenza. Questa manifestazione è molto più che una semplice endurance in mtb. E’ quasi una prova di sopravvivenza. Non basta la resistenza sulle lunghe distanze, è necessario essere preparati a camminare, ad affrontare single track tecnici che richiedono un alto livello di concentrazione, che la fatica mette a dura prova. E’ necessario essere versatili, pronti ad affrontare situazioni difficili, caldo, freddo, pioggia, sonno, fame sono soltanto alcune delle sfide che bisogna essere disposti ad affrontare. Ma con la giusta dose di determinazione tutto è possibile e ora non resta che aspettare il prossimo anno per vedere cosa ci riserveranno gli organizzatori. Complimenti a loro e sopratutto ai partecipanti in bici e a piedi che hanno animato la manifestazione. Al prossimo anno.

Marco Sau, a sinistra, all’arrivo al quartier generale