Non ricordo esattamente il giorno in cui ho deciso di affrontare la 440 km di MyLand in solitaria. Avevo questo desiderio da tempo e ne parlavo con Roberto Fanni, compagno di tanti trail e avventure in bici. Non avevo mai pedalato di notte da sola e questo mi sembrava un problema. Avevo pensato di fare delle prove di progressione notturna in solitaria ma purtroppo, per vari motivi, non ho potuto. Sono riuscita a fare delle uscite lunghe da sola per prendere maggiore dimestichezza col gps, ma sempre durante il giorno.

Arriva il 28 aprile, data della partenza e la decisione è presa. Le mie amiche mi dicono che sono matta e forse hanno ragione. Ho fatto tanti trail, in Sardegna e fuori, a partire dal MyLand 2016, ma sempre in coppia o in gruppo. Quest’anno ho bisogno di uno stimolo in più, voglio provarci. Sono tesa e i miei amici ne sono testimoni, entro ed esco dal bagno del bar di Baradili. Sono ben organizzata, come sempre. La bici, revisionata a dovere da Carlo, il mio meccanico di fiducia di Extreme Bike di Cagliari, è attrezzata con tutto quello che serve e infatti non mi ha dato alcun problema durante il trail. Grazie Carlo! Non mando niente ai CP, quindi – ahimè – pesa abbastanza e ne pagherò le conseguenze nelle terribili salite impedalabili di questa edizione di MyLand.
Ore 14.00. Si parte e uno sciame di 250 ciclisti si muove vociante dalla piazza del paese di Baradili. Inizio a pedalare e inizio a rilassarmi. Da qualche anno la bici mi fa stare meglio, mi porta in una dimensione di totale distacco dalle ansie quotidiane.

Pedalo con gli altri fino a Roja Menta, primo CP. Conosco tantissimi partecipanti e scambio due chiacchiere con chiunque mi affianchi per qualche minuto o per lunghi tratti. Anche questo contribuisce a rilassarmi. E’ bello trovarsi nella stessa avventura con persone che condividono questa passione.
A Roja Menta bevo, firmo veloce e riparto. Attraversando il Monte Arci pedalo tranquilla, mi sento a casa. E’ una montagna che amo e ci vengo spesso, da sola o in compagnia. Ci ho fatto due MyLand e tante uscite giornaliere. Sono completamente rilassata, la tensione iniziale è svanita e tutto procede liscio fino al fatidico fango del Sinis. Verso le 19.00 c’è stato un violento acquazzone e su uno sterrato che percorro in nottata si è formato un fango viscido e appiccicoso. La bici non tarda a riempirsi completamente. Non me ne accorgo subito ma a un certo punto non riesco più a pedalare e se insisto rischio di rompere qualcosa. E’ buio, notte fonda, mi fermo a controllare e sciami di zanzare mi torturano. La bici non va avanti né indietro, non riesco proprio a spingerla. E’ pesante e non posso metterla in spalla né sollevarla. Tolgo il fango con le mani, spingo per qualche metro ma si blocca ancora. Esperienza già vissuta al Sulcis Trail e al Trinacria Bike Trail. Servirebbe acqua ma ho soltanto quella della borraccia. Conosco il Sinis, so dove mi trovo ma ho paura di non poter continuare, ho il terrore che si rompa il cambio o la catena. Mi guardo intorno e ai lati dello sterrato l’erba è alta e bagnata. Decido di entrarci e procedere così, continuare sul sentiero è impossibile. Nell’ erba mi bagno fino alla vita, le zanzare mi torturano ma la bici si lubrifica un po’ e almeno posso spingerla. Continuo così per molto, ogni tanto mi affaccio sul sentiero per vedere se il fango è finito e finalmente finisce. Esco dall’erba, pulisco come posso catena e forcellino e riprendo a pedalare. Pedalo male, la catena si blocca e cade più volte e più volte mi fermo e la metto a posto e via così finché, attraversando Mandriola, nel retro di un bar chiuso vedo una pompa sul prato. La prendo, la attacco a un rubinetto col nastro isolante e finalmente riesco a lavare gli ingranaggi. Non mi sembra vero di poter pedalare normalmente, l’incubo è finito però sono passate due ore, forse tre, è tardi e sono stanca. Procedo senza soste fino a Capo Mannu, mi fermo a contemplare la spettacolare torre illuminata dalla luna. Sono le tre e ho bisogno di un modulino, vale a dire un microsonno da venti minuti. Salgo al faro, mi appoggio al muro con la testa sullo zaino e quando il freddo mi sveglia sono passate quasi due ore. Riprendo a pedalare velocemente.

Farò un’altra sosta a Torre del Pozzo e comincerò a salire verso il Montiferru con la luce del sole. La salita è lunga e faticosa, mi fermo spesso per mangiare e bere qualcosa. Incontro qualche ciclista locale che capisce che sto facendo MyLand e si stupisce che sia da sola. Lo stupore della gente nel sapere che sto affrontando in solitaria questo lungo cammino da sola sarà una costante di tutto il trail.
Elighes ‘Utiosos è un’oasi felice, ho fatto la salita sotto il sole e qui mi rinfresco, mangio e mi riposo. Pensavo di trovare qualche mylander invece non c’è nessuno. Ne approfitto per sdraiarmi a fare un sonnellino, col suono della cascatella che mi fa da ninna nanna. Il Montiferru è bellissimo, ci sono stata altre volte ma ora lo sto percorrendo in senso opposto rispetto alle mie abitudini. C’è una pietraia in salita che mi toglie il respiro e mette a dura prova la mia capacità di sopportazione della fatica. La bici pesa tanto e spingerla è un supplizio, è il secondo momento critico dopo il fango del Sinis. Un lato della scarpa destra, forzando sulle pietre, si scolla un po’ ma sembra nulla di grave. Ho della buona colla e al prossimo CP la sistemerò. E’ a Santu Lussurgiu e ci arriverò dopo un bellissimo single in discesa scorrevolissimo. Meno male che prima di partire Antonio Marino mi ha raccomandato di non azzardare niente, perché da soli si deve stare più attenti a non farsi male. Me lo faccio con molta calma e scendendo nei tratti più tecnici.

Al CP di Santu Lussurgiu incollo la scarpa, mangio un panino e bevo finalmente una birra, desiderata per tutta la mattina, chiacchierando e scherzando con i volontari del CP e con altri partecipanti al trail, a loro volta fermi per mangiare o riposare. Sono circa le 15.00 e arriverò al successivo CP di Asuni alle 3.30. Più di dieci ore dopo, intervallate da un’ottima pizza e da una birra a Ruinas. Prima di arrivare a Ruinas supero indenne il Grighine, la salita è sì molto ripida ma tutta pedalabile. Anche sul Grighine è buio, ma è un monte che conosco e sto bene percorrendolo in silenzio e ascoltando il rumore consueto delle pale eoliche. C’è soltanto la luna piena a farmi compagnia, mi fa apparire la notte meno buia e mi infonde maggiore sicurezza. Nel tragitto verso Asuni vivo il momento più bello e intenso di tutto il trail. Dopo Villa Sant’Antonio mi trovo su un sentiero familare, ci eravamo passati durante il primo Sardinia Divide e mi ricordo che da qualche parte c’è un menhir spettacolare. Lo vedo, si staglia imponente e maestoso, illuminato dalla luna piena. E’ l’una e sono stanca, ho un occhio chiuso e uno aperto ma non posso non fermarmi ad ammirarlo. Scendo dalla bici e scavalco il muretto per vederlo più da vicino e fotografarlo. E’ affascinante, magico. Tutto intorno solo i rumori della notte, sono in pace con me stessa, emozioni cosi’ sono impagabili. Mi sento forte e felice di questa mia scelta di percorrere MyLand da sola. Si sta in silenzio, non si hanno compagni con cui chiacchierare ma a sopperire alla mancanza di parole ci sono le forme, i colori, gli odori, i suoni, le emozioni. Riprendo la mia bici e via verso Asuni, carica di una rinnovata energia. Sarà merito del menhir?

Arrivo ad Asuni alle 3.30, dopo essermi districata in un percorso pieno di pietre spesso nascoste dall’erba, molto insidioso per chi pedala stanco. E io sono stanchissima e con i piedi doloranti per il tanto camminare e spingere. Nonostante tutto questo sono soddisfatta, ogni CP che raggiungo è una conquista, un passo avanti verso il mio obiettivo personale in questo trail. Sono a 265 km, fatti in 37 ore, di cui soltanto 2 di sonno. Ho già fatto più di metà strada ma non mi piace questa corsa contro il tempo per rispettare le 72 ore, mi stressa, come se non fossi già abbastanza stanca. Non sono veloce, non ho ambizioni da agonista e tanto meno la mentalità.
Piuttosto sto capendo che il trail in solitaria è più duro, per vari fattori e perché la mente è concentrata a non sbagliare con la traccia, a non farsi male e non perdere il controllo su tutto quello che c’è intorno. Una grande fatica mentale oltre che fisica. Penso a Federico, che ha solo 17 anni e lo sta facendo da solo. Grande stima. Capisco ora le difficoltà che raccontano tutti gli altri che di solito pedalano da soli. Persa in questi pensieri arrivo al CP. Dormirei per un giorno intero ma non posso. Non c’è niente da mangiare ma il volontario si fa perdonare dandomi una sala dove stare da sola e cedendomi il suo materassino, così non perdo tempo a gonfiare il mio. Possono sembrare piccoli gesti ma in quel momento li considero un enorme regalo. Credo di fargli pena, non devo avere un bell’aspetto. Mangiucchio il poco che mi è rimasto nello zaino, mi massaggio le piante dei piedi doloranti con olio di arnica e alle 4.00 crollo stecchita nel mio sacco a pelo. Il sonno è discontinuo e nervoso, troppa adrenalina. Alle 7 sono in piedi e comincio a sbaraccare. Verso le 8.00, dopo aver sciacquato la bici nel cortile, lascio il CP. Faccio colazione al bar lì vicino e via di nuovo verso la prossima meta.

Il percorso fino al CP di Nolza è stupendo. L’anno scorso l’avevo fatto di notte, lunghi tratti a piedi per via dei colpi di sonno. Non ne avevo un buon ricordo ma di giorno mi incanta. Arrivo a Nolza verso le 12.00 e anche lì amara sorpresa: non c’è niente da mangiare. Chiedo almeno un pezzo di pane o della frutta. Niente pane ma uno dei volontari è gentilissimo e mi procura due arance che divoro avidamente. A questa scena assiste Andrea, un ciclista di Meana Sardo con la maglia dell’esercito, non so il cognome. Chiacchieriamo un po’ e mi chiede se può fare il percorso fino a Meana insieme a me per vedere dove passa la traccia. Mentre pedaliamo verso Meana si offre di telefonare a una sua amica di un bar, che poi si rivelerà sulla traccia, per farmi trovare pronti due panini, così non perdo tempo, uno da mangiare subito e uno da portare via. Al CP di Nolza ha visto quanta fame avevo e vuole rendersi utile, un gesto che apprezzo molto. Ci sediamo al bar, mangio e ci beviamo anche una birra. Mi alzo per andare alla cassa a pagare ma non vogliono i soldi. Ha offerto Andrea e mi chiede una foto assieme fuori dal bar con le nostre bici. Questo è uno degli aspetti che prediligo dei trail e che mi da la conferma di quanta brava gente si possa incontrare lungo il cammino. In serata Andrea mi manda la foto con scritto buon proseguimento! È stato un onore conoscere una biker tosta come te! Mi fa tanto piacere e contribuisce a incoraggiarmi per continuare. Così come l’incontro avvenuto subito dopo partita da Meana, entrata in campagna e superato il cancello di un ovile. Ho acqua nella borraccia ma al bar mi sono dimenticata di riempire la sacca idrica nello zaino. Vedo un uomo armeggiare vicino alla sua auto, sicuramente è il padrone dell’ovile. Mi fermo e gli chiedo per favore dell’acqua. Mi guarda e esclama stupefatto: Ah, ci sono anche donne in questa gara!Ho visto passare solo uomini finora! Gli rispondo che siamo due donne e che l’altra è passata prima con i suoi compagni. Non l’ho vista, mi dice. E i tuoi compagni dove sono? Gli rispondo che sto facendo il percorso da sola, mi guarda perplesso e comincia a farmi domande. Soprattutto non crede che pedalo da sola anche di notte. Io rido e confermo. È simpatico, mi invita a unirmi alla sua famiglia, moglie e figlio, per il pranzo, ma a malincuore, molto a malincuore, devo rifiutare e gli spiego il perché. Accidenti al limite di tempo e a me che non sono veloce come Maurizio Doro per recuperare se volessi fermarmi. Mi riempie la sacca di acqua e mi saluta raccomandandomi di stare attenta. Me ne vado dispiaciuta di non essermi potuta trattenere, ma con il cuore sorridente per un altro incontro gratificante della giornata.

Tutta questa predisposizione al sorriso svanirà di lì a breve quando mi troverò a scalare la famigerata salita di Tonara, di cui non avevo idea quando l’ho iniziata. Non mi ero data dei tempi precisi, ma partendo da Nolza ipotizzavo di essere a Belvì intorno alle 17.00, riposare un’oretta e ripartire per raggiungere Assolo in tarda serata. Ma le incognite sono dietro l’angolo e una di queste è appunto la salita di Tonara, dove la mia forza fisica e quella di volontà sono state messe a dura prova, dove la mia scarpa si è aperta anche sul davanti a causa del lungo spingere sui sassi, dove ho chiamato Sebastiano – sindaco di Belvì, nonché partecipante alla 220 km, nonché volontario del CP di Belvì – chiedendogli gentilmente di procurarmi delle batterie per il GPS perché non sarei arrivata tanto presto e non avrei avuto tempo per andare a cercarle. Ho portato con me tante batterie, ma la lunga progressione in notturna determina un consumo più elevato a causa della retroilluminazione del GPS.
Dalla cima di quella terribile salita il panorama di cui si gode è stupendo, ma il mio stato d’animo non è tanto ben disposto. Ho perso troppo tempo facendola tutta a piedi, mi consolerà sapere che anche i più bravi l’hanno fatta nello stesso modo. Ho una bici pesante, forse sarebbe stato il caso di mandare qualcosa ai CP, forse, ma in genere non è il mio modo di affrontare i trail. Con grande fatica arrivo a Belvì verso le 19.00. Mi fermo giusto un po’ prima di entrare in paese a fare una foto alla mia bici appoggiata al noce secolare, che mi ero persa al Belvì Trail, essendoci passata con tanta gente e non avendolo notato.
Finalmente, e con mia grande gioia, al CP di Belvì c’è da mangiare. Sebastiano, Valentina e la sorella di quest’ultima sono gentilissimi e mi accudiscono nel migliore dei modi: due piatti di insalata di riso, pane, formaggio, frutta e birra. Mi sento una regina. Forse dovrei dormire un’oretta, perché sono davvero stanca, ma è molto tardi e c’è ancora tanta strada da fare fino ad Assolo. Ora sono a 340 km e ancora una volta sono orgogliosa di avercela fatta fin qui. Quasi non mi sembra vero. E senza mai avere avuto un attimo di ripensamento o paura, neanche la notte e neanche quando i cani più volte mi hanno inseguito e abbaiato. In questo trail ho imparato a difendermi dai cani. I miei precedenti compagni di trail, Roberto soprattutto, sanno benissimo quanto li temevo. Alle 19.35, caricati un po’ il cellulare e le batterie del faro interno al casco, recuperate le batterie chieste a Sebastiano, firmo, ringrazio tutti in questo che per me è stato il miglior CP e riparto. A pancia piena e con il morale alto sono fiduciosa di arrivare ad Assolo in nottata, anche tardi, e l’indomani mattina affrontare con calma gli ultimi 40 km che mi riporteranno a Baradili.

Mai avrei potuto immaginare l’evolversi dei fatti. Mi trovo quasi subito a dover affrontare una salita sdrucciolevole che è un vero e proprio muro. La mia scarpa destra, camminando e spingendo, si apre del tutto e la suola si sposta. Soltanto in cima, quando mi rimetterò a pedalare, mi accorgerò che non si aggancia più al pedale. Mi chiedo se questa salita sia davvero durissima o se sia io troppo stanca. In seguito, parlando con gli altri, ho saputo che non l’ho trovata dura soltanto io. Ha rallentato e fatto perdere tempo prezioso a tanti altri. Mi consola il fatto che una volta in cima sarà tutta discesa fino ad Assolo. Piccolo particolare: la cima è sui 1000 m di quota. Ci metto un tempo interminabile ad arrivarci e, una volta su, dopo la discesa verso Gadoni e di nuovo la salita, si scatena l’inferno. Inizia a diluviare e a fare tanto freddo, un freddo intenso che in discesa mi attanaglia nonostante sia ben coperta, poncho compreso.
All’entrata del bosco di Laconi i colpi di sonno, forse causati dal freddo intenso, mi fanno temere il peggio, ma non mi posso fermare. Non c’è riparo da nessuna parte e per non abbassare ulteriormente la temperatura corporea devo continuare a pedalare, attenta a non cadere addormentata e a non perdere il pedale destro libero dalla scarpa. È stato il momento peggiore di tutto il trail, il più sofferto. Arrivata a Laconi mi dico che non posso proseguire per Assolo. Piove ancora troppo e ho freddo, tanto freddo. Voglio chiudere gli occhi e dormire, spero di trovare la chiesa aperta ma è chiusa. Continua a piovere forte e mi riparo sotto un portico di fronte alla chiesa, tiro fuori il sacco a pelo, mi infilo velocemente dentro, tutta vestita e bagnata come sono. Tolgo soltanto poncho e scarpe. Poggio la testa sullo zaino e finalmente chiudo gli occhi. Sono le due di notte e anche i ragazzi di Sardara si riparano qui e non proseguono. Sono fradici quanto me, ma hanno i bagagli al CP di Assolo e l’unica cosa che possono fare è avvolgersi nei teli termici. Dentro il mio sacco a pelo cerco di prendere sonno, forse dormo a tratti, ma l’unica cosa che sento è il freddo, tanto freddo. Il sacco a pelo è estivo e io sono troppo bagnata. Vorrei tanto essere in un posto caldo, tremo tutta la notte fino a quando apre il bar sulla strada e ci rifugiamo dentro. Continua a piovere e io continuo a tremare nonostante il latte caldo e due belle paste.
Mille pensieri in testa, ma non uno concreto. Sapevo della pioggia, ma tante volte ho pedalato sotto la pioggia, anche al Mining Trail ultimamente, ma pioggia e freddo così pungente, insieme a tanta stanchezza fisica, mi destabilizzano totalmente. Decido di ritirarmi. Non posso pedalare agevolmente per via della scarpa, ho freddo e piove ancora. Ho fatto 380 km e 8500 di dsl in un trail veramente duro per tanti aspetti. Ci sono altri 70 km e 1800 di dsl, dai calcoli che mi sono fatta in base ai dati comunicati al briefing. Pochi in una situazione normale. Troppi in questa situazione. Ho un rifiuto psicologico e per me, che non mi arrendo mai e mai finora mi sono ritirata durante un trail, neanche in altri altrettanto duri, è un sentimento strano, mai provato. Ma è così, non vedo più un senso nel continuare ad ogni costo.

Nei giorni successivi il senno di poi mi ha torturata, ma come mi ha scritto Antonio, amico e maestro, col senno di poi si può fare tutto. In quel momento hai fatto quella scelta e la devi ritenere corretta. Poi devi analizzarla e trarne insegnamento per sapere cosa potevi fare di più, ma vedila comunque come esperienza positiva. Ne farò tesoro. Inutile prendersela con il fango del Sinis, con le salite impedalabili che mi hanno fatto tardare e distrutto una scarpa, con la bici troppo carica, col freddo insopportabile e con la pioggia. Tutti, chi più chi meno, hanno avuto disagi, anche i 24 che hanno terminato. Certo, sono stati più veloci e forse se la sono scampata, almeno in parte, dal diluvio e dal freddo in altura, ma è inutile dire a me stessa che potevo sbrigarmi. Anzi, per come piace a me fare i trail, sono stata anche troppo veloce. Non sono in grado di avere tempi da agonista e non è comunque mio interesse prediligere la velocità a scapito del godimento del territorio anche se, essendoci un tempo limite, ci tengo a rispettarlo. Il fatto reale questa volta è che, nonostante io sia molto resistente, o meglio resiliente come direbbe Amos, questo trail mi ha bastonato duramente. Non sarei sincera dicendo che non mi importa non aver finito. Mi è dispiaciuto eccome. Ma altrettanto onestamente affermo di essere soddisfatta per aver raggiunto un mio obiettivo personale, la progressione in solitaria, che presentava tante incognite che ora non sono più tali. Come mi ha scritto un altro grande, Maurizio Doro, l’attestato te lo danno i tuoi amici e te stessa, che sai qual è il vero e giusto premio. Splendida, coraggiosa, determinata e pronta ai cambiamenti per crescere. Bravissima. Grazie Maurizio.
Di questo MyLand 2018 porterò per sempre nel cuore tante sensazioni mai provate e che hanno accresciuto ancor più la mia forza interiore e la consapevolezza che nella vita la volontà, se non tutto, è molto ed è l’unico modo per affrontare e risolvere quanto dipende da noi. Ho fatto mie e rimarranno nei ricordi anche le emozioni trasmesse dai luoghi attraversati e dalle splendide persone incontrate lungo il cammino. Sono arrivata al quartier generale provata e quasi irriconoscibile, ma ho goduto immensamente del calore di tutti i miei amici e delle persone che si sono complimentate con me nonostante non abbia concluso. Grazie di nuovo a tutti e a presto nuovamente in sella con ancora maggiore esperienza e bagaglio interiore.