L’appuntamento era per le 9.15 nell’area di servizio Beyfin di Monastir sulla Statale 131. Corrado si era offerto di traghettarci a Baradili, quartier generale di Myland 2018, tutti e tre sul suo capiente Defender, ma io avevo deciso di partire da solo. Avevo voglia dei miei spazi e del mio tempo per prepararmi. Sono puntuale e Corrado e Luca arrivano dopo due minuti, sono rilassatissimi, con un sorrisone mi chiedono se avessi dormito lì e mi propongono un caffè.

Arriviamo a Baradili, il Comune più piccolo della Sardegna, 84 abitanti. Ritiriamo il trail pack, consegniamo la borsa che ci recapiteranno al check point di Asuni al km 94 dove abbiamo deciso di concludere la prima giornata in sella, e parcheggiamo vicino al parco dove sono presenti area ristoro e servizi igienici, tutto in poche decine di metri. Alle 11 briefing con Amos che spiega i punti critici per tutte le distanze (120, 220 e 440 km) e via a mangiare, è quasi mezzogiorno. La giornata è splendida, sole, caldo, non un filo di vento. Siamo in ottima compagnia con Luigi e Alessia che faranno la 120. Alle 13 andiamo alle auto a preparare le bici. Faretto con batteria di scorta, gps con scorta di batterie, occorrente per forature e guasti vari, cibo, acqua, antivento, copriscarpe e k-way perché per il pomeriggio sul Monte Arci è prevista pioggia. Scambiamo due chiacchere con il gruppo a fianco a noi. Siamo pronti, dall’area parco ci spostiamo lentamente come uno sciame di mosche sempre più numeroso verso la piazza in centro paese, distante poche centinaia di metri, dove è prevista la partenza.

La piazza alle 14 esplode di umanità e di bici. Amos al microfono: pronti, via! Il primo tratto fino al CP di Roja Menta al km 29 sarà in comune con la 120 e con la 440. Siamo un bel gruppone, perdo il contatto con i miei compagni ancora prima di partire, ma non me ne preoccupo, sono in buona e numerosa compagnia e poi i primi venti chilometri sono di pura e dolce collina di Marmilla. Respiro a pieni polmoni e osservo lo sciame di bikers davanti a me e quando posso anche il paesaggio attorno. Ci siamo, l’avventura è iniziata: bentornato in Marmilla, Roberto, dopo la Myland 120 km del 2016 e un anno di stacco, questa volta te ne aspettano 220 tra colline, monti e giare.

Dopo poco mi viene in mente che non ho ancora visto Lieven, il belga mio compaesano, sansperatino d’adozione come me, anche lui iscritto alla 220, con cui ho chiacchierato qualche giorno prima in paese: nello stesso istante mi affianca e sorridente mi saluta, la sorpresa è tanta, avevo in qualche modo avvertito la sua presenza. Percorriamo qualche chilometro a fianco chiacchierando, precedendo e preceduti da una lunga e festosa carovana di bikers, fino a che in una discesa lunga e veloce e un po’ tecnica siamo costretti a staccarci. Ciao Lieven, è stato un piacere pedalare con te. So che va forte, e infatti sparisce in un attimo nella polvere che si alza dallo sterrato. Dopo Gonnosnò e Curcuris passiamo nel centro abitato di Ales e un pensiero va ad Antonio Gramsci, il giorno prima era l’anniversario della sua morte. Dopo Ales ci aspetta la salita verso Roja Menta, la prima vera salita della 220, primo check point, incontro Lieven che sta già ripartendo dopo una breve sosta, Luigi e Alessia con cui ci salutiamo e finalmente i miei compagni d’avventura Corrado e Luca. Firmo il passaggio con l’orario, mangio qualcosa e prendo un tè caldo offerto dai gentilissimi e attenti ragazzi del CP.

Da Roja Menta si parte assieme. Come d’incanto il gruppo è sparito, siamo soli. Nessun rumore se non il nostro. Siamo soli e non possiamo non notarlo. Siamo nel Monte Arci e ci rimarremo per qualche ora, il giro previsto al suo interno è piuttosto lungo. Ci sono stato altre quattro volte, e di tanto in tanto percorro alcuni tratti già fatti in precedenza, altri nuovi, si entra nel fitto bosco ,ogni tanto si esce e si rientra, incontriamo altri bikers, un saluto e via. Verso le cinque si vedono in lontananza delle nuvole nere cariche di pioggia e cominciamo a sentire dei forti tuoni, ci fermiamo per indossare degli indumenti protettivi ma la pioggia aumenta. Ma sì, abbiamo capito che la finiremo inzuppati per bene, è già successo in questo piovoso inizio anno. Incontriamo qualcuno seduto sotto un telo termico, altri in piedi a bordo strada, noi continuiamo. Dopo una lunga discesa tecnica siamo di nuovo nel sottobosco e la pioggia aumenta, il terreno zuppo d’acqua si fa pesante. Incontriamo tre ragazzi, e senza dire una parola cominciamo a salire per un ripido e lunghissimo pendio spingendo la bici con fatica. Sarebbe stata dura in condizioni normali, vista la pendenza, ora con il fiume d’acqua che ci arriva contro e il terreno appiccicoso è impegnativa anche a piedi, ma a parte qualche frastimo il gruppo continua deciso. Scolliniamo e vediamo nel bosco un letto di grandine, almeno quella ce la siamo scampata, e ora la pioggia diminuisce.

Finalmente ricominciamo a pedalare, siamo in pieno bosco e col cielo nuvoloso fa buio presto. Ci fermiamo per sistemare i faretti e così ci godiamo il tratto finale nel Monte Arci. Da qui a Mogorella al km 70 mancano ancora 20 chilometri circa. A Mogorella ci arriviamo verso le 22,30. Io e Corrado conosciamo un bar vicino alla traccia che stiamo seguendo, e lì proponiamo al gruppo la pausa cena. Ci sistemiamo con i tre nuovi compagni (Cristian, Mauro e Domenico, della zona di Oristano) all’esterno del bar, su una panchina, ci copriamo, la temperatura è scesa e siamo fermi, mangiamo di gusto e ci idratiamo a dovere, Mauro offre una bottiglia d’acqua da litro e mezzo a tutti. Uno dei nuovi compagni individua prima di partire una fontanella d’acqua e laviamo a turno le bici, almeno pignoni, catena e corona completamente piene di fango e detriti. Possiamo ripartire. Il percorso ora si fa agevole, in confronto al bosco. Arriviamo a Villa Sant’Antonio e c’è festa. La traccia passa in area transennata. Spegniamo i faretti e procediamo a spinta. Io saluto le persone che mi guardano, forse ci scambiano per alieni, forse no. Poco fuori Villa Sant’Antonio la sorpresa che non ti aspetti, la strada diventa di pietra, irregolare, per lunghi tratti a lastre, con solchi profondi regolari, evidentemente formati dal continuo passaggio di carri, mi ricorda Pompei. Una strada romana a Villa Sant’Antonio? Sembra proprio di si. La luna quasi piena e il cielo sgombro di nuvole ci fanno vedere i contorni del paesaggio e gli alberi, ma lo sguardo è naturalmente concentrato davanti a noi, a quanto illuminato dal potente faretto montato sulla bici. E’ uno spettacolo, ci divertiamo un mondo a cercare la via in cui passare, cercando con fatica e impegno di mantenere il controllo del mezzo, ognuno emettendo suoni propri indefinibili. Dopo circa un chilometro siamo fuori, il percorso si fa più agevole, ci godiamo il silenzio della notte in aperta campagna, interrotto a tratti dal verso di qualche uccello. Arriviamo a Senis e poi ad Asuni, al km 94.

Il CP di Asuni è organizzato in un grande edificio, una scuola in cui noto appeso al muro un manifesto in cui si ricorda all’elettore le modalità di voto. Troviamo l’andito di ingresso con tante bici appoggiate al muro. Incontro Lieven, capiente zaino in spalla, che dopo una sola ora di sosta sta ripartendo. Lasciamo le nostre bici nell’andito e andiamo a firmare l’arrivo, sono le ore 1.26. Nella grande stanza dove si firma c’è una lunga tavolata con alcuni bikers seduti che mangiano rilassati. E’ tutto un movimento di persone che entrano e escono. In fondo ci sono i bagni, a destra stanzoni con bagagli e gente che riposa. Io do precedenza alla pancia e il mio istinto mi porta in cucina dove capisco di avere diritto ad un piatto di malloreddus. Luca e Corrado invece preferiscono evidentemente cominciare con una lavata e infatti li vedo dal tavolo intenti a togliere i chili di fango accumulati sul corpo. Mi accorgo di essere seduto a pochi metri dagli ormai compagni di viaggio di Oristano, cenno di saluto, e poche parole sull’orario di ripartenza. Riferisco che abbiamo previsto tra le cinque e le cinque e mezza. Comincio ad addentare pane con prosciutto e formaggio e pomodori che mi sono fatto recapitare al CP. Ora si ragiona. Dopo un po’ arrivano i malloreddus, che ho ordinato anche per i miei compagni. Sono di ottimo umore, il primo obiettivo è stato centrato. Luca e Corrado arrivano, nel mentre hanno anche lavato la bici, presento loro i piatti di pasta, ringraziano e ci diamo il cambio. Non c’è una doccia, solo dei lavandini con acqua calda e va benissimo. Ho i piedi fradici, calze e scarpe zuppe d’acqua, fango dappertutto, braccia, gambe, collo. Mi metto un cambio pulito e mi butto nel sacco a pelo. C’è un via vai continuo di gente, la luce accesa e una porta del bagno che emette sinistri e fortissimi scricchiolii. Impossibile dormire. Poco male, mi godo i rumori di persone vive.

Alle cinque del mattino sono il primo ad alzarmi, Luca e Corrado sono immobili dentro il sacco a pelo e non li disturbo. Mi trascino verso l’area colazione e riempio la pancia di pane e nutella e caffè. Lavo la bici alla buona, lubrifico la catena e la preparo con l’occorrente per la giornata, che sarà lunghissima. Sono pronto e anche Luca e Corrado lo sono. Sono da poco passate le 5,30, usciamo, è ancora buio, ci aspettano 25 chilometri la maggior parte dei quali in salita fino al CP di Nuraghe Nolza, Meana Sardo. Siamo io Corrado e Luca, degli oristanesi nessuna traccia. Subito albeggia, l’aria è fresca, non c’è un filo di vento. Si pedala lungo una strada deserta asfaltata con anche dei roccioni franati in mezzo. Poi l’asfalto finisce e lo sterrato ci accompagna fino a Nolza. Ho un problema con il gps per un eccessivo consumo di batteria. Strano, negli ultimi mesi l’ho usato molto e non mi era mai capitato. Cambio batteria e si riparte. Il paesaggio è stupendo. Grazie alla salita ti puoi distrarre dal guardare avanti e godi il paesaggio. Mai stato prima, è un posto di rara bellezza. Alla mia sinistra i monti e le valli con nuvole di umido e tanto silenzio. Incontriamo greggi di pecore senza pastore che ci tagliano la strada, condotte velocemente e con perizia da cani maremmani, e subito dopo un gregge di pecore con pastore senza cane che appena ci vedono scappano impaurite. Perdiamo quasi mezz’ora perché le pecore non volevano saperne di farci passare e tornavano indietro impaurite. Ci mettiamo d’accordo con il pastore e in un punto largo della strada passiamo. Così veniamo raggiunti da altri bikers partiti dopo di noi; ma non ce ne preoccupiamo, ne approfittiamo per rifiatare. Senza accorgercene arriviamo a Nolza, CP al km 119, puro spettacolo. Peccato non poter visitare il nuraghe. Firmiamo come da prassi l’arrivo e ci accomodiamo per mangiare, avevamo pensato a farci recapitare del cibo e ci facciamo un bello spuntino. Il sole è caldo. Siamo partiti con le scarpe fradice dal giorno prima e al sole caldo asciughiamo scarpe, calze e piedi. Stiamo per partire e veniamo raggiunti da Mauro, Christian e Domenico.

Partiamo da Nolza. Ci aspetta ancora salita, poi si scende e veniamo raggiunti dagli ormai nuovi compagni che evidentemente hanno fatto sosta brevissima. Ci mettiamo in fila indiana in un tratto che costeggia la ferrovia in disuso, poi altri sterrati, ci aiutiamo nel seguire la traccia con il gps e finalmente arriviamo al valico Ortuabis. Percorriamo veloci un tratto della discesa della strada Statale 128 che passa in mezzo al bosco, direzione Laconi, sotto un caldo sole. I piedi ora sono completamente asciutti. Poi la traccia ci porta verso il bosco e pedalando attraverso il bosco raggiungiamo così Laconi, al km 134 del giro, una domenica mattina di fine aprile fino ad arrivare al parco Aymerich. Fantastico. Propongo foto di gruppo all’ingresso dell’arco che porta al parco. Ancora si spegne il gps. Solo ora mi accorgo di avere un po’ di retroilluminazione attiva. Troppo tardi, sono costretto a mettere quelle già usate e quando finirò queste mi dovrò affidare agli altri. Propongo di cercare una fontana per rabbocco borraccia e la troviamo subito, il gruppo ha sviluppato un sensibile fiuto per trovare l’acqua. Mangiamo un po’ di frutta secca, c’è tanta gente in giro, anche noi ci rilassiamo qualche minuto, bella Laconi sempre, da quella prospettiva anche di più. Anche i nuovi compagni stanno mangiando frutta secca e ce ne offrono, no grazie, appena mangiata, gentilissimi, e ripartiamo insieme. Lasciamo subito l’asfalto per deviare a sinistra verso uno sterrato e così via per sterrati e sentieri accidentati e divertenti fino a Nuragus, Genoni, e Assolo in un paesaggio sempre diverso.

Assolo, meta importante al km 160, check point prima della Grande Giara da cui accederemo attraverso Scala Cabirada. Al CP firmiamo, ci idratiamo e mangiamo in abbondanza, compresa un’insalata di riso preparata dalle ragazze del CP. E’ tra l’altro ora di pranzo. I nuovi compagni non sono ancora pronti quando noi partiamo.
La salita verso la giara dal versante di Assolo è molto lunga e ripida – come l’accesso da Albagiara che ho fatto alla Myland 120 del 2016 – ed è eccezionalmente bella. E’ un’altra piacevolissima sorpresa. Dopo la lunga salita si costeggia per un po’ la Grande Giara che sta alla nostra sinistra in un tratto di bosco spettacolare, con vista sulla valle a destra. Ma la vera sorpresa è Scala Cabirada che Amos nel briefing del giorno prima definiva il tratto meno pedalabile, comune a tutte le lunghezze. Gradini, poi gradoni. Con perizia e stando molto attenti a dove mettiamo i piedi, procediamo con difficoltà bici in spalla, ogni tanto guardandoci indietro increduli per tanta bellezza. Corrado scatta qualche foto.

La salita di Scala Cabirada (ph. Corrado Cicalò)

Scolliniamo. Percorriamo un tratto aperto come ce ne sono tanti nella Grande Giara, senza un sentiero da seguire, in mezzo alle pietre. Luca fa un ottimo lavoro seguendo la traccia col gps ed evitando le grosse pietre disseminate sul terreno, io e Corrado seguiamo a ruota. Io ormai sono senza gps, scaricato, spento, e senza una traccia da seguire chiedo scusa ai miei compagni e di poter stare in mezzo. Arriviamo su una sorta di terrazza sulla giara. Spettacolo.
Ci fermiamo. Ci sono tre cavalli davanti a noi, si domina dall’alto la giara con il verde a perdita d’occhio intervallato dai paulis. Non avrei mai immaginato che la Grande Giara si potesse vedere dall’alto. Ci vado da quando ho cominciato a camminare, era una meta tra le preferite per le scampagnate primaverili in famiglia. E ho continuato ad andarci, ma non sapevo. Grazie agli organizzatori per aver inserito quel tratto nel giro, emozioni. E’ pomeriggio, il cielo un po’ nuvoloso e c’è una leggera piacevole brezza di vento, condizioni ideali per ammirare il panorama. Ci fermiamo senza dire una parola, non vorremmo disturbare i cavalli al pascolo. Spettacolo nello spettacolo. Tiro fuori per la prima volta il cellulare e scatto qualche foto. La traccia gps dice che dobbiamo passare da dove si trovano i cavalli per poi scendere. Ciao cavalli, è stato un piacere unico condividere qualche istante della vostra selvaggia e libera vita. Scendiamo tra le pietre stando bene attenti a dove far passare le ruota anteriore, finché troviamo un muro in pietra, lo saltiamo passandoci le bici e proseguiamo attraversando la Giara sulle strade sterrate, a velocità sostenuta anche perché le strade sono deserte, recuperando un po’ di media oraria.

La discesa verso Setzu la conosco bene, è veloce su asfalto, deserta, e per un attimo guardo il panorama della Marmilla alla mia destra. Fine pausa, Roberto, guarda sempre davanti che se voli qui ti raccolgono col cucchiaino. Passiamo poi per sterrati e sentieri poco tecnici, e scendiamo a Setzu, poi Tuili, Pauli Arbarei e Lunamatrona,
finalmente tornati nella dolce Marmilla, consapevoli che il più è fatto e abbiamo ancora diverse ore di luce. In questi tratti godiamo della spinta del vento a favore che ora si è rinforzato e ad un tratto ci fermiamo ad assistere allo spettacolo del grano alto, verde, illuminato dal sole e spostato dal vento, con i suoi rumori. Ricordi d’infanzia a Escolca, con i miei compagni di scorribande che finivano con le spighe abbrustolite e mangiata di semi, cariossidi, non ancora maturi per la mietitura. A Lunamatrona al chilometro 193 sosta per mangiare. Percorriamo i quattro chilometri che ci porteranno al CP Sa Corona Arrubia contro vento, che si è ulteriormente rinforzato, faticando non poco per arrivare a destinazione. Firmiamo il passaggio e ci riforniamo d’acqua pronti a ripartire per l’ultima salita impegnativa verso la piccola Giara di Siddi, quando vediamo arrivare Mauro, Christian e Domenico. Il gruppo si è ricompattato. Naturalmente li aspettiamo.

Cominciamo la ripida salita alla Giara di Siddi in sella, ma a tratti desistiamo e procediamo a spinta. Scolliniamo e percorriamo agevolmente e a buon ritmo l’altopiano, su strade regolari, incrociando alla fine anche qualche auto diretta alla tomba dei giganti. Un giorno tornerò e la visiterò, oggi no. Scendiamo per una discesa lunga e ripidissima con erba alta, che potrebbe nascondere pietre e farci volare a terra e saggiamente tutti scendiamo di sella e ci godiamo la passeggiata. Risaliamo in sella e ci godiamo diverse belle discese veloci e poi la dolce collina passando per Gonnoscodina e la sua strada romana, poi Baressa e infine arriviamo a Baradili, chilometro 220 e fine del giro e ci precipitiamo, Corrado, Luca, Roberto, Mauro, Cristian e Domenico al quartier generale da Rita e Francesca per la firma e gli abbracci alle 19.42.