– Dal 28 aprile al 1 maggio c’è il MyLand, che facciamo?
– Io la 120 con Ignazio, tu la 220 da solo, così non ti rallento…

Inizia così, con la mia domanda e con la risposta della mia metà l’avventura della manifestazione. Dopo un attimo di comprensibile sbigottimento, un’immagine si manifesta nella mia mente: un tavolino stile Ernesto Calindri e il suo Cynar, seduti Giusi e Ignazio davanti a due bicchieri di Ichnusa gelata e un cartello alle loro spalle con la scritta Mi ndi at a importai, a mei, mi ndi at a importai!
Ignazio è sicuramente una bellissima persona che stimo tantissimo e ha sicuramente molte qualità, fra le quali però non rientra la gestione di una traccia gps, Giusi non gli è da meno, ragion per cui bisognerebbe che venisse con me sulla 220… Cerco di farla ragionare, ma nulla, lei vuole soltanto la 120. Rimango in un limbo di pensieri per alcuni giorni, fino a quando a togliermi dall’imbarazzo giunge la notizia che al duo si aggiunge Nicoletta Scoizzato, lei sì esperta viaggiatrice su due ruote ed esperta navigatrice col gps.
Così rassicurato posso cominciare la mia pianificazione per la 220. Per prima cosa decido di pormi un obiettivo di tempo massimo per chiudere il giro e sentendo che il guru dei pedalatori ha chiuso una 330 in trenta ore, io scarso adepto nello stesso tempo devo riuscire a chiudere la mia. Secondo passo, l’organizzazione del bagaglio: mi piace avere la bici più scarica e maneggevole possibile, per cui opto per lo zaino sulle spalle e, oltre a due cambi di abbigliamento, scaccia acqua, integratori e barrette, mi attrezzo di una piccola officina mobile per la bici, perché non si sa mai quello che può succedere. Totale oltre 25 kg, che sommati ai 16 kg della bici in assetto di guerra fanno tanto peso che le mie povere gambe dovranno trasportare.
Pubblicati i primi profili altimetrici con i check point considero che per riuscire nel mio obiettivo devo percorrere i primi 93 km fino ad Assolo entro mezzanotte, riposare alcune ore e ripartire verso le cinque. A parole tutto perfetto. In ogni caso scelgo di pedalare da solo o con qualche compagnia occasionale che di volta in volta si presenterà.

Ci siamo, sono le quattordici di sabato 28 aprile e siamo in sella, un serpentone variopinto e assai rumoroso lascia il paese, direzione Roja Menta. Partito ultimo, piano piano mi faccio largo fra i manubri e comincio a prendere il mio ritmo, arrivando al primo controllo in perfetta tabella di marcia. Una breve sosta e quando sto per ripartire Sebastiano – meglio noto come Su Sìndigu – rimasto solo e senza traccia mi chiede di poter percorrere la strada insieme. Marciamo con una buona andatura e i km scorrono veloci fino a quando, arrivati sul Monte Arci, inizia un poco rassicurante concertino per tuoni che di lì a poco si trasforma in una grandinata e trasforma noi in pulcini. Non essendoci ripari decidiamo di continuare, tanto, più bagnati di così… Dopo oltre mezz’ora di passione Giove Pluvio decide di concederci una tregua e, anche se con qualche chilo di fango in più, andiamo avanti rilassati e raggiungiamo Mauro che decide di unirsi a noi. Si sta facendo buio, montiamo i fari, ripartiamo e subito cominciano a materializzarsi le prime trappole organizzate dal famoso duo noto come il gatto e la volpe, specializzati nel mettere i bastoni fra le ruote ai ciclisti. Siamo costretti a passare attraverso sentieri stretti, pieni di rovi o con erba alle ginocchia e fossi e pietre nascoste, tutto molto pericoloso.

E’ da poco passata mezzanotte quando arriviamo al check point sporchi, affamati e assetati, ma dopo un caldo piatto di malloreddus vediamo tutto con un’altra ottica. La notte trascorre quasi insonne sia per la scomodità del giaciglio che per il continuo susseguirsi degli arrivi. Alle cinque e trenta come da programma siamo in sella, la temperatura è fresca ma piacevole e la salita verso Nolza sembra meno dura. Il panorama intorno a noi offre squarci spettacolari e il morale è alto, andiamo avanti di buona lena fino ad Asuni schivando altre trappole del famigerato duo. Ogni tanto Sebastiano nelle salite si attarda e lo dobbiamo aspettare, così, dopo aver pranzato, Mauro decide di proseguire da solo perché non vuole rischiare di arrivare al buio e ci saluta. Anche noi ci mettiamo in marcia, ansiosi, si fa per dire, di sperimentare il regalino più succoso riservatoci da quelli, la salita alla Grande Giara, una vera leccornia. Fra una imprecazione e l’altra siamo in cima e troviamo ad accoglierci un branco di cavallini che, complice la stanchezza, mi sembra se la ridano sotto i baffi pensando: altri due fessacchiotti vittime di scherzi a parte. Superato lo scoglio forse più duro del giro, ripartiamo a tutta lungo la discesa e arriviamo a Tuili insieme a Maria Antonietta e Alessandro incontrati lungo strada. Troviamo subito un ottimo affiatamento, davanti a noi si materializza Sa Corona Arrubia, ultimo check point prima dei 15 km finali, un caffè, una bibita e ripartiamo.
Un pensiero ci attraversa la mente, conoscendo gli organizzatori: possibile che non ci aspetti qualche altra sorpresina? E invece, all’improvviso, Baradili! Sono le 19.18  e ce l’ho fatta, addirittura in anticipo sulle mie trenta ore, grande soddisfazione!

Un sentito ringraziamento agli organizzatori, ai loro collaboratori e a tutte le persone che ci hanno aspettato e rifocillato nei vari check point, ai miei compagni di avventura e a Giusi che mi ha trascinato in questa esperienza.