MyLand e dintorni.  Così io e i miei compagni di squadra Roby, Paolo e Daniele – in seguito ci siamo autonominati Sa Squadra – abbiamo chiamato la chat usata nei mesi che hanno preceduto il MyLand per coordinare i nostri allenamenti del sabato e/o della domenica e che poi è diventata fonte di divertimento e di approfondimento della reciproca conoscenza. È servita ad unirci e ad affiatarci sempre di più, ancora ricordo le risate fino a notte fonda scrivendo stupidaggini!
Credo che il successo della nostra impresa sia dovuto in grossa parte al grande affiatamento raggiunto. Ci siamo abbracciati tanto al traguardo e non era solo felicità per l’obiettivo raggiunto, ma per averlo raggiunto assieme. Abbiamo fatto un bel viaggio, duro, ma pur sempre un viaggio. E per me, che sono un’amante dei viaggi, farlo in ottima compagnia è stato il massimo. Tutto bellissimo, emozionante, divertente, appassionante, anche alcuni nervosismi poi sanati… Siamo affiatati nonostante le nostre diversità e sempre solidali fra noi. Non per niente ci siamo chiamati Sa Squadra!

In comune abbiamo esperienze di viaggi bike fatte con il nostro grande Maestro Antonio Marino, con Daniele e Roby anche Sulcis Trail e Volterra Trail, con Paolo la MyLand 120 km dello scorso anno. Tutti e quattro assieme abbiamo fatto quest’anno il Sardinia Divide. In comune abbiamo soprattutto la visione della mtb, un mezzo non per gareggiare pedalando, ma per goderci la natura pedalando e condividendo sensazioni, emozioni e risate.
Da qui il nostro proposito per il MyLand: chiudere la 400 km nel tempo limite, cercando di godere al massimo, durante le ore di luce, degli spettacoli naturali del territorio attraversato e del passaggio nei paesini previsti dalla traccia. Grazie a questa comunione di intenti, siamo riusciti a goderci appieno il nostro viaggio e a sostenerci reciprocamente nei momenti più duri quando la stanchezza,  il freddo e i colpi di sonno prendevano il sopravvento.

Non siamo veloci, ma siamo resistenti e determinati. Il tempo di percorrenza per noi era una variabile irrilevante, calcolato giusto per finirla entro l’orario stabilito dal regolamento e prenderci il nostro bell’attestato, nulla più.
Abbiamo potuto ammirare albe e tramonti spettacolari,  panorami straordinari, chiacchierare tranquilli fra di noi e con gli altri partecipanti nei momenti di pausa per mangiare o riposare, fare tante foto, sederci a bere o mangiare nei bar dei paesi e dialogare con le persone.

Un bel ricordo rimarrà il passaggio ad Arborea, al km 55 verso le ore 21, dove mio fratello e i suoi amici dell’Arborea Bike hanno organizzato per noi un comitato di accoglienza di tutto punto, quasi un CP (check point) aggiuntivo dopo quello di Marrubiu appena lasciato, offrendoci una bella cena a base di pizze e birre. Ce ne siamo andati dopo un’oretta a pancia piena e ancora sorridenti per le tante risate. I ragazzi di Arborea erano estasiati dal nostro passaggio, avevano orgogliosamente ospitato poco prima anche Maurizio Doro, offrendogli fragole e banane, onorati della sua presenza e della chiacchierata fatta con lui. Ci hanno poi scortato fino quasi al mare per poi vederci scomparire nel buio in mezzo alla pineta. Il bello del MyLand è anche questo: il calore e l’entusiasmo delle persone che si incontrano lungo il cammino e che mostrano interesse per quello che facciamo. Tutto questo è molto appagante e ti fa dimenticare stanchezza e fatica.

Come quelle provate,  sempre quella stessa sera, nel durissimo percorso che dal CP di Pira Inferta ci ha portato a quello di Roja Menta. Ci siamo messi in sella all’1.30, non sapendo bene cosa ci aspettasse. In sella è tutto dire, perchè ci abbiamo messo più di tre ore per fare 18 km,  trascorse più che altro spingendo la nostra bici. La progressione si è subito rivelata faticosissima, per la difficoltà della salita, ripida e sconnessa, aggravata dal buio. Un portage che sembrava infinito. Siamo arrivati a Roja Menta alle 5.00, stravolti, e ci siamo buttati a dormire per terra sui nostri giacigli di materassino e sacco a pelo, cercando di ricavarci uno spazietto fra gli altri partecipanti arrivati prima di noi e che già dormivano. Roberto senza sacco a pelo si accaparra una sedia vicino al caminetto. Dorme in quel modo (dorme si fa per dire) le tre ore di sonno che ci siamo concessi e senza un lamento l ‘indomani si mette in sella chiacchierando allegro come suo solito e come se niente fosse. Abbiamo visto nei fogli del CP che qualcuno si è già ritirato, ma noi, incuranti delle fatiche della notte, inforchiamo le nostre bici allegramente, ridendo delle reciproche battute, e ben decisi a proseguire per i prossimi CP, costi quel che costi.

I CP… Quest’anno organizzati benissimo: delle agognate oasi nel deserto che non vediamo l’ora di raggiungere. Come dimenticare l’affettuoso sorriso di Tore Cossu, volontario al CP di Asuni, appena ci vede comparire? Nostro compagno del Sardinia Divide e del Sulcis Trail, ci accoglie con affetto e si prodiga subito per farci mangiare e bere. Pasta e birra sembrano una visione, siamo davvero affamati e assetati.
Nei CP e nei bar dei paesi incontriamo spesso il gruppo che ci farà compagnia per tutto il trail, a volte avanti, a volte dietro, ma quasi sempre assieme nelle soste per mangiare. Li chiamiamo i sassaresi,  ma qualcuno è anche di Tempio. Fra di loro c’è un ragazzo di soli 16 anni, silenzioso ed educato, sicuramente il più giovane degli iscritti. Tanta stima da parte nostra, sia per la bravura in bici, che per avere già una forza di carattere tale da farlo andare avanti in questa dura impresa. Chiacchieriamo spesso con loro e ci scambiamo le opinioni sul percorso. Capiamo che procedono col nostro stesso spirito. Sono in viaggio, come noi.

Un viaggio che ci presenta presto anche una piacevole sorpresa. Lasciamo Asuni dopo cena perché abbiamo previsto di arrivare al CP di Nolza in nottata e superare così la metà del percorso. Questo ci eravamo prefissi e questo programma vogliamo rispettare, pur sapendo che ci sarà tanta salita da fare, al buio e al freddo. A volte però anche i programmi possono subire delle inaspettate e piacevoli variazioni. A circa 10 km dal CP di Nolza, io e Roberto siamo in preda a colpi di sonno terrificanti. Quasi ci addormentiamo in bici. Io scendo e decido di fare un pezzo a piedi per vedere se mi sveglio un po’, anche perché pedalare dormendo è pericoloso! Ma niente, mi cade la testa, tanto che a un certo punto mi ritrovo piegata in avanti, tipo quei tossici che, non si sa come, ondeggiano in piedi sul bus senza mai cadere. Daniele fa uno scatto e mi tira su. Mi sveglio e ridiamo. Dormivo in piedi come i cavalli!

Dico che ho bisogno di chiudere gli occhi per dieci minuti, di appoggiarmi da qualche parte, ma Paolo – che di giorno fatica da morire a causa della sua allergia che lo indebolisce – di notte si sveglia e ci costringe a pedalare, sostiene che se mi fermo non mi sveglio più. Antipatico! Di certo non conosce la teoria dei modulini di Giorgio Spiga. Io la vorrei provare, ma niente. Paolo non cede. Non mi resta che proseguire e consolarmi col magnifico cielo stellato sopra di noi.
Daniele fa presente che c’è un way point a breve: rifugio con caminetto. Propone di fare una sosta li per dieci minuti e poi proseguire. Tutti d’accordo tranne Paolo che continua a dire che lui preferisce continuare e infatti sparisce. Arriviamo alla casa con caminetto pensando che Paolo ci avesse mollato e invece, disgraziato, era lì con un grande sorriso, annunciandoci che avevamo una suite per la notte. La firma al CP di Nolza può aspettare: dentro troviamo materassini, cartoni, cuscini e una comoda poltrona per Roby piazzata vicino al camino. Immediatamente i mie tre uomini si ingegnano per accenderlo e per organizzare lo spazio. Portiamo anche le bici dentro. Non c’è corrente, ma Daniele magicamente tira fuori dallo zaino una lampada, manco fosse Aladino. Si creano un bel tepore e un’atmosfera accogliente, sono felice, finalmente si dorme! La scelta di passare la notte qui, comodi, da soli e al caldo, è stata una delle più azzeccate del trail e rimarrà indelebile nei nostri ricordi.

Mi arriva un messaggio di Giorgio che mi incoraggia a non mollare. E chi molla? Gli mando le foto della nostra splendida accomodation… Altro che mollare! Mi fa piacere che mi sostenga in questa impresa. Giorgio: che MyLander! Anzi il MyLander per eccellenza. In questi mesi mi ha fatto inconsapevolmente da Maestro. Leggere i suoi post su cosa volesse dire essere un MyLander, e parlare con lui delle sue esperienze, mi ha aiutata a rafforzare la mia convinzione di fare la 400 km e a voler sperimentare la sua filosofia sui MyLander. E lo sto facendo!
Dormiamo benissimo e l’indomani arriviamo a Nolza belli freschi e riposati. Incontriamo i sassaresi che stanno lasciando il CP. Sono in quattro, manca Giovanni. Si è ritirato stremato ad Asuni. Ha preferito non continuare per non essere di peso ai suoi compagni. Grande gesto. Il vero MyLander è così: altruista.

Da Nolza a Laconi percorso da favola. Ancora ho in mente i cavalli selvaggi che galoppano liberi su una grande distesa verde. Ci siamo fermati incantati a guardarli. Anche il passaggio nel centro storico di Laconi è spettacolare. Ogni tanto la traccia ci porta nei paesi. Il percorso è studiato in modo tale che si passi sempre nei curatissimi centri storici, che hanno un fascino davvero particolare. Rimango incantata a guardare le antiche costruzioni, le stradine lastricate, i conventi, le chiese. Per poi finire irrimediabilmente nei bar! Quanti ne abbiamo frequentati! La nostra birretta diventa un must! Anche perchè di giorno fa tanto caldo, la bocca è sempre secca per la polvere, la sete è continua e mentre pedaliamo beviamo acqua ma sogniamo birra! Nei bar c’è sempre qualcuno che ci guarda incuriosito, che ci fa domande, che ci vuole dare consigli sulla strada migliore o più breve da fare per andare da un paese all’altro, non sapendo che noi dobbiamo rispettare una traccia che di sicuro non ci fa percorrere ne la strada migliore ne quella più corta, anzi!

Quando meno ce l’aspettiamo, c’è sempre una deviazione improvvisa in agguato, in mezzo ai campi, ai cespugli o su sentieri rognosi o, come in prossimità di Sardara, in direzione di una salita impossibile, un muro che, anche spingendo a piedi, ci da l’impressione di poterci ribaltare da quanto è ripida! In queste occasioni lanciamo dei simpatici epiteti ad Amos & C,  ma sempre col sorriso e con la volontà di andare sempre e comunque avanti. Queste grandi fatiche scatenano una fame atavica. Abbiamo cibo a sufficienza con noi, ma nei CP ci avventiamo sempre sulla pasta. In pratica stiamo mangiando solo carboidrati, fantastichiamo su grigliate e bistecche arrosto. Non sono una grande consumatrice di carne, ma al MyLand l’ho desiderata tanto.

Proseguono i ricordi. E ora viene quello maggiore del freddo, tanto freddo. Dal CP di Sa Corona Arrubia, il penultimo, ci muoviamo alle 21.15 per raggiungere l’ultimo, a Baradili, al km 360. A dire il vero pensiamo di proseguire oltre, dimenticando che siamo in sella dalle 6 del mattino, quasi quindici ore e non sapendo ancora che ci aspettano 30 km di agonia, per me i più brutti e disagevoli dall’inizio del trail. Un freddo pazzesco… Siamo ben coperti, ma il freddo è tale che non riesco a tenere gli occhi aperti. Desideriamo le salite per riscaldarci. Ho le labbra spaccate dal caldo del giorno, dalla polvere e dal freddo della notte. Metto in continuazione burro cacao, ma non serve. Il percorso è monotono, sembra di percorrere sempre le stesse strade e gli stessi sentieri. Il freddo pungente mi fa venire di nuovo i colpi di sonno come l’altra notte. Arriviamo a Curcuris, io dormendo in bici, ma non dico nulla: ho paura di Paolo! Però vedo che a un tratto proprio lui si ferma sotto una tettoia. Non mi sembra vero! Si mettono a mangiare cioccolato. Io butto lo zaino su una panchina di pietra e mi sdraio poggiandoci la testa sopra. Neanche un minuto e cado in catalessi! Oblio totale.

Mi risveglio per il freddo e mi sembra di aver dormito ore. Sono passati soltanto dieci minuti. E qui mi viene in mente di nuovo la teoria dei modulini di cui mi aveva parlato Giorgio Spiga. I modulini sono dei microsonni ristoratori di 10/20 minuti che lui, re dei MyLander, utilizza per i trail di questo genere, per riprendere le forze e andare avanti. Io quando me li spiegava ridevo e non gli credevo. Dicevo che non bastava dormire così poco e poi riuscire a continuare. Invece sperimento che aveva ragione. Senza questo microsonno non sarei arrivata a Baradili. Al CP un caldo tepore e il sorriso dei volontari disponibili e premurosi, che ci preparano subito un thè bollente, ci fa abbandonare del tutto l’idea di proseguire. Anche perché c’è tutto il tempo e non ci vogliamo privare del passaggio sulla Giara con la luce. Dormiamo le nostre ormai consuete tre ore e l’indomani mattina lasciamo il CP alle 6.00 per percorrere gli ultimi 40 km che ci separano dal traguardo di questa pazzesca avventura.

Il gruppo parallelo dei sassaresi aveva riposato qualche ora a Sa Corona Arrubia ed è passato a Baradili solo per firmare, bere qualcosa di caldo e proseguire. Siamo definitivamente gli ultimi, ma non ci importa. Ci siamo presi tutto il tempo che ci sembrava opportuno per goderci al massimo il nostro viaggio, preoccupandoci solo di non sforare il limite delle ore. E così sarà.
Il passaggio sulla Giara alla mattina non ci delude. Ci fermiamo più volte ad ammirare spettacoli unici,  a fare delle foto, a commentare la somiglianza con altri posti visti in altri viaggi. Neanche l’intricato percorso di pietre smosse e stretti e insidiosi sentieri ci toglie il sorriso e la voglia di scherzare e di rimanere comunque incantati davanti alla bellezza di questo luogo magico. Pensiamo a chi l’ha fatta al buio. Non solo ha avuto molte più difficoltà, ma non ha neanche potuto compensarle ammirando quanto di bello c’era tutto intorno. Percorriamo la Giara con tutta calma. Sappiamo che aspettano solo noi e mandiamo un messaggio scrivendo che non sappiamo più cosa inventare per fare orario fino al termine del tempo previsto. E ridiamo tanto! Che squadra! Sa Squadra!
Arriviamo a Villaverde verso le 10.00, ma abbiamo fame. Il traguardo può aspettare, c’è ancora tempo. E via a fare colazione al bar del paese! E che fai? Arrivi a stomaco vuoto? Che magari poi dall’emozione svieni? E no! Forse ci stanno dando per dispersi. Mandiamo un altro messaggio con relativa foto con cappuccini e cornetti, scrivendo: scusate il ritardo, l’ultimo bar e arriviamo.

Verso le 10.30 del 25 aprile ci accoglie al traguardo il nostro amico e compagno Sardinia Mountain Bike Stefano Olla. Ci abbraccia commosso e ci fa tante foto, mentre noi quattro, a nostra volta commossi, ci stringiamo forte in cerchio l’uno con l’altro e ci congratuliamo. È finita un’avventura indimenticabile. Abbiamo raggiunto un risultato fino a qualche mese prima per noi impensabile. È stata dura e, come ha scritto il nostro esempio e maestro Antonio, non solo per distanza e dislivello,  ma per i tanti km di portage, la progressione notturna, i single tecnici e spesso pietrosi, le discese sconnesse e pericolose, i tratti sabbiosi anche in salita, i tratti con pendenze da ribaltamento, il freddo e aggiungo i nostri personali inconvenienti meccanici e fisici: il mio forcellino piegato e la difficoltà a cambiare per tutto il trail, Roby con un freno andato che lo costringeva a scendere in discesa, Paolo con l’allergia durante il giorno, Daniele che negli ultimi 100 km è andato avanti con una caviglia gonfia e dolorante.

Nei CP leggevamo dei tanti ritiri, noi non ci abbiamo pensato mai, neanche accennato per scherzo a ritirarci. Parola d’ordine: NON MOLLARE MAI. Pedalare fino alla fine godendoci tutto, niente corse per metterci meno tempo o per arrivare prima di qualcun altro. Questo è il nostro spirito, così abbiamo affrontato e vinto la sfida.
L’abbraccio sincero e affettuoso di Rita e Francesca al mio arrivo al quartier generale mi riempie il cuore di gioia e mi commuove. Sono donne orgogliose di una donna e mi gridano: unica donna nella 400 km 2017 e unica donna sarda ad averla conclusa nelle tre edizioni! Sono felice, al settimo cielo, per me e per loro. Grazie MyLand! Grazie Sa Squadra! Ora possiamo dire di essere dei MyLander, perché abbiamo provato questo:

Non importa quanto tempo impiegherai. Attraverserai boschi, campagne e piccoli paesi sconosciuti, supererai salite interminabili, affronterai il buio, il vento e il freddo, ma sarai coraggioso. Passerà un giorno, due o forse più. Avrai fame e sete, sentirai dolori dappertutto, ti sembrerà di non riuscire a stare seduto in sella, ma proseguirai.
Incontrerai persone amiche, troverai sorrisi e calore, conoscerai la compassione che ti darà la forza di andare avanti. Non importa quanto tempo impiegherai, tu pedalerai sino alla fine perché sei un MyLander [Giorgio Spiga].

Questo è il MyLand, ma forse è riduttivo descriverlo a parole, chi lo fa se lo porta per sempre nel cuore.