a cura di Rita Serra


Ciao Stefano, il tuo interesse per MyLand MTB NON STOP risale a due anni fa, quando ti eri iscritto alla 220 km ma all’ultimo non avevi potuto partecipare…

Quest’anno sarà la volta buona, dopo una lunga assenza per cause di forza maggiore mi rimetto in gioco con una mente più libera, trepidante per nuove avventure. Torno alla carica direttamente per la 440 km.

Sarà la prima volta in Sardegna?
No, ci vengo dagli anni Settanta, quando frequentavo i corsi del centro velico di Caprera. La Sardegna è sempre stata una meta importante per me.

Quando è nata la passione per le lunghe distanze?
È nata per caso, senza che la cercassi veramente, non esisteva ben definita nella mia mente. Tanti anni fa con alcuni amici partimmo per un viaggio all’avventura in una località remota del mondo e mi si aprirono gli occhi. Dopo qualche tempo lessi del Naturaid, ne rimasi affascinato e partecipai per ben due volte al Naturaid Marocco.

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Oltre che ciclista sei un architetto e hai creato la linea di prodotti sportivi Joycycling…

Letteralmente significa gioia in bicicletta. Ho pensato a questo nome affinché fosse comprensibile a (quasi) tutti e affinché rispecchiasse la gioia della mia passione. Joycycling è un collettore di creatività per dare vita ad un progetto più ampio.

Cosa ti aspetti da MyLand MTB NON STOP?
Mi immagino a percorrere questi luoghi caratterizzati da scenari mozzafiato, in silenzi immensi, fuori dal tempo. Penso che MyLand sia un’attività di valorizzazione del territorio molto importante, che ha ancora un patrimonio naturalistico pressoché intatto. Del resto i trail per me non sono soltanto un’attività sportiva, ma rappresentano un nuovo stile di vita, sano e in armonia con la società.

A quali altre endurance hai partecipato?
Ho sempre privilegiato il contatto con la natura, di conseguenza ho scelto destinazioni fuori dal caos urbano e commerciale, così la TransCreta nel 2005, il Naturaid Marocco nel 2006 e nel 2009, poi i viaggi in solitaria. Nel 2007 ho vissuto male la randonneè Parigi-Brest-Parigi, 1200 km su strada con diverse migliaia di partecipanti, una manifestazione colossale con troppo caos per me.

E la Grecia?
Ho viaggiato attraverso la Grecia per più di trent’anni e nel 2012 ho ideato e organizzato la Hellas Trans Mountains. È stato come coronare un sogno, era un progetto che avevo in mente da moltissimo tempo, alimentato da appunti di viaggio, mappe e roadbook di ogni genere che non potevano ingiallire in un cassetto. Nel 2001 coinvolsi un gruppo di amici e, con il supporto di un fuoristrada attrezzato di cucina da campo, intrapresi il primo giro del Peloponneso in mountain bike. Qualche anno dopo, sono riuscito a costruire un vero evento sportivo, grazie anche all’ aiuto di alcuni amici greci. La Grecia a differenza dell’Italia – e più similmente alla Sardegna – possiede ancora luoghi intatti, poco contaminati dal turismo di massa.

Parteciparono tra gli altri Ausilia Vistarini, Marco Venezia e Daniele Modolo, che poi sono diventati anche MyLander…
Ausilia, Marco e Daniele hanno apprezzato molto questo mio impegno in Grecia, che quest’anno è ripreso con l’organizzazione del Peloponneso Epic Trail, che si svolgerà nel mese di settembre del 2018. Rappresenta l’inizio di un progetto molto più esteso, per esempio per la primavera del 2019 organizzerò un trail anche a Creta, un’isola della Grecia che conosco molto bene e che regala scenari mozzafiato.

Come ti stai preparando per affrontare l’avventura in Sardegna?
Per me la preparazione non è soltanto una tabella di allenamenti per accumulare chilometri su chilometri, è necessaria una preparazione anche psicologica, per arrivare allo stato d’animo giusto per raggiungere l’obiettivo. Conta anche l’alimentazione, la logistica e l’attrezzatura da portare, la preparazione della bici, che da sempre mi sistemo da solo. Per abituare il fisico a un lavoro diversificato trovo importanti allenamenti alternativi come il trekking, il nuoto e il pilates.


Tra Joycycling, le attività da atleta e quelle da organizzatore, la bici sembra occupare gran parte della tua vita…

Fortunatamente, ma non solo della mia vita. La bici è uno strumento per emanciparci, rappresenta la mobilità sostenibile. È un mezzo trasversale rispetto alle classi sociali e in molti casi anche trasgressivo rispetto alle dinamiche dello sviluppo economico e sociale delle città.

Vale a dire?
Il capitalismo pretende di decidere quale stile di vita dobbiamo adottare, quali gusti dobbiamo avere e cosa dobbiamo consumare. Ha portato il falso credo del benessere propugnando il godimento vizioso di beni di ostentazione e di consumo, ne sono nate patologie severe sulle quali prospera il business spietato delle società farmaceutiche.

Ciò nonostante la mobilità alternativa continua a svilupparsi…
Certo, lentamente e sottotono, ma di continuo. La bici è stato il simbolo incontrastato della Cina di Mao, il mezzo di locomozione essenziale durante le due grandi guerre, il motore delle piccole economie dell’estremo Oriente, è sempre più presente anche nei piani di sostenibilità nel continente africano. Già alla fine dell’Ottocento la bici ispirò l’artista statunitense Joseph Pennell che con la moglie Elizabeth fece un viaggio avventuroso in Italia su un triciclo. Negli anni Cinquanta del Novecento l’inglese Jan Hibell si congedò dall’ esercito e girò il mondo in bicicletta per il resto della sua vita e come lui, dopo di lui, tanti altri.