… E che avventura sia!
Anche quest’anno la MyLand ha saputo risvegliare la voglia di avventura e l’ha fatto alla grande. Chi ha già fatto l’esperienza negli anni scorsi avrà notato che a un certo punto, quando la stanchezza è tanta e le varie parti del corpo fanno a gara a chi fa più male, viene in mente un pensiero: l’anno prossimo me ne sto a casa! Invece dopo la conclusione dell’evento questa idea inizia a evaporare, si passa ad un più mite non voglio vedere la bici per almeno un mese. Passati due giorni si inizia a fantasticare sui posti visitati e al terzo giorno stiamo già programmando la successiva uscita. Sono tutti i sintomi della malattia dei MyLander, isolata da Giorgio Spiga in una particolare categoria di masochisti a pedali.

Così anche io, una volta contratta la malattia, non contento di essermi piacevolmente devastato nella 220 km dell’anno scorso, quest’anno mi sono cimentato nella 400 km. Ogni edizione e ogni distanza hanno qualcosa di diverso da insegnare. La 400 km ti insegna che quando sei convinto di essere arrivato al limite in realtà stai solo iniziando a scoprire le tue risorse.
La mia MyLand è iniziata prima del via. Nella concitata organizzazione dei dettagli ho dimenticato a casa qualche cosetta di poco conto, tipo il GPS e tutti i pasti che avevo programmato di consumare durante le pedalate. Fortunatamente a casa ho qualcuno che ci tiene alla mia pellaccia e ho recuperato tutto prima del via.

Si parte, la preparazione e la programmazione di massima di come dovrebbe andare è stata fatta, ora non resta che pedalare e godersi il viaggio che è stato disegnato per noi. Il primo giorno, che sulla carta dovrebbe essere il più leggero, ci regala subito una discreta arrampicata sul Monte Arci, giusto per non darci l’illusione che sia una passeggiata. In realtà arriviamo alla pianura, poi al mare, al calar della notte con già un bel po’ di dislivello sulle gambe. Partire dalla montagna e pedalare sul lungo mare di notte ha il suo fascino, non c’è dubbio.
Breve ma piacevole sosta al primo CP di Marrubiu, il mitico bar Il Pino, dove l’accoglienza e l’atmosfera cordiale e piacevole rendono difficile rimontare in sella. Ci tratteniamo più del previsto poi tocca ripartire.

Si procede veloci verso il secondo CP, Pira Inferta, ci arriviamo dopo circa 100 km, non freschissimi e sapendo che ci aspetta la salita per Roja Menta. Come da programma ci fermiamo a riposare per ben 4 ore. Probabilmente troppo, ma inutile forzare, siamo ancora all’inizio. Siamo ultimi ma la cosa non ci sfiora, io sono più preoccupato di non riuscire a finirla in tempo, paura tramandata dalla primissima edizione. I miei programmi sono di finirla in 69 ore, un’ora di margine da giocarsi per gli imprevisti. Siamo partiti in tre: io, Giovanni Forchiassin e Federico Sanna, tutti membri della gloriosa combriccola dei Ciclociogga. Per chi non lo sapesse, nel sassarese la ciogga è la lumaca, giusto per chiarire quali sono le nostre mire velocistiche! Al gruppo si sono poi uniti due amici, due vecchie conoscenze per me e Giovanni Forchiassin (che da ora chiamerò mister Fork), ossia Giovanni Canalis e Riccardo Solinas. Ci siamo ritrovati con un passo simile, con le stesse idee di gestione dei tempi e dei pasti e fare gruppo è venuto naturale.

Lasciamo Pira Inferta alle 5 del mattino e arriviamo a Roja Menta alle 8.00. E’ stato un tragitto molto impegnativo condito anche dal portage e siamo contenti di averlo affrontato dopo un paio d’ore di sonno, è stata decisamente una scelta azzeccata che ci ha permesso di ripartire da Roja Menta dopo un’ora, in direzione di Asuni.
Questo tratto è stato veramente un colpo duro, mister Fork è caduto provocandosi una vistosa abrasione alla gamba, Giovanni ha forato e l’umore del gruppo non è dei migliori. Ci rendiamo conto di essere in ritardo e la riuscita dell’impresa non è assolutamente sicura. Vediamo Villaurbana dall’alto ma sembra non arrivare mai. Ci sediamo, mangiamo, parliamo della situazione. Non c’è molto da fare, non riusciamo a sostenere un passo superiore e poi ora arriva il Grighine, dobbiamo giocarci tutto nella migliore gestione delle pause, la gara è ancora lunga, non siamo neanche a metà e se ci amministriamo bene ce la possiamo fare. Ripartiamo più determinati ma ancora giù di umore, vedo che il Fork sta soffrendo ma tiene duro senza lamentarsi. Nei vari passaggi ai CP e nei paesi che attraversiamo incontriamo varie volte il gruppo di Monica Angioni, Roberto Fanni, Daniele Marras e Paolo Murgia. Mister Fork non tarda a fare public relations e tra le varie battute una è rimasta impressa. Fork chiede a Monica: voi che dite, ci si riesce a concluderla? La risposta di Monica è stata: a maraolla! Che tradotto dal sardo campidanese suona un po’ come: a forza, con le buone o con le cattive maniere.

Abbiamo imparato a conoscere lo spirito del gruppo con il quale ci siamo sentiti in sintonia e con il quale abbiamo intrecciato il nostro viaggio, considerandoci – credo a vicenda – un riferimento su come si procedeva, uno stimolo a non mollare e a dare qualcosa in più, pur senza scadere nella competizione che si addice più ad altre circostanze e non a come abbiamo deciso di vivere la MyLand. Da quel momento, ogni qual volta sorgeva un dubbio sulla possibilità di superare un momento difficile la risposta è stata scontata – a maraolla – e ci ha regalato un sorriso nei momenti più bui.

Arrivati ad Asuni dopo aver superato un assolato Grighine e sconfortanti da interminabili tratti di portage, mangiamo e riposiamo. Mister Fork ha raggiunto il suo limite e rendendosi conto di non riuscire a tenere il passo del gruppo si ritira e lo fa con stile, con serenità e col sorriso sulle labbra. Capisco che ha speso tutte le energie che aveva per non rallentarci nella durissima giornata trascorsa e non voglio rovinare il suo gesto di grande sportività con inutili insistenze. Rimaniamo in quattro, fuori fa freddo, è notte ma risaliamo sui pedali alla volta di Nuraghe Nolza. Saliamo a buon passo e l’umore è migliorato dopo la decisione di riposare nuovamente a Nolza, suggerita anche dal nostro tattico, Tore Manca, che ci ha seguito passo passo da casa. Non avrebbe senso forzare un percorso pericoloso e impegnativo durante le ore notturne, dobbiamo arrivare al punto più elevato di tutta la traccia e sarebbe un peccato sprecare quel panorama in un attraversamento notturno.

Al CP troviamo il gruppo di Giorgio Spiga e Piero Manca che sta per ripartire, ci da coraggio, in fondo non siamo così tanto in ritardo, siamo rientrati nei tempi, abbiamo le carte in regola per farcela e abbiamo dormito e mangiato bene.
Ripartiamo, quello che ci aspetta è decisamente il tratto di MyLand più bello in assoluto, direi forse il più bello delle tre edizioni. Il passaggio in montagna oltre quota 1000 m è duro da conquistare ma ci ha regalato delle emozioni uniche, dal volo dei rapaci al branco di cavalli allo stato brado che correvano e ci guardavano curiosi, i bovini al pascolo, la vegetazione di alta quota e il profumo del timo. Amos si è fatto perdonare, almeno così abbiamo pensato fino ad arrivare alle pietraie della Giara.

Con la mente ancora persa nei paesaggi montani arriviamo a Nuragus, il tempo di mangiare rapidamente e ripartiamo, ci aspettano ancora le salite di Sardara prima di Sa Corona Arrubia. Stavolta sono io ad avere un cedimento, i muscoli non ne vogliono più sentire di spingere e ho i colpi di sonno, affronto tutte le salite col rampichino, quando i miei compagni si fermano a mangiare io riparto prima, per fare strada e cercare di non rallentarli. Come dicevo, proprio quando credi di aver toccato il fondo… La traccia GPS diventa meno chiara e che faccio? Mi perdo! Mi faccio una salita in cemento che giurerei fosse al 45% e che invece non dovevo fare, torno indietro, recupero la traccia corretta e mi ritrovo vicino ai ragazzi della Sardinia Mountain Bike.
Dopo vari tentativi riesco a chiamare al cellulare Federico rassicurandolo di essere nuovamente in traccia e anche in compagnia, possono procedere tranquilli. Da parte mia non voglio rallentare il mio gruppo, non so dove trovo una riserva di energia che mi fa riprendere il ritmo giusto, salita, portage, ancora salita e poi discesa, senza toccare i freni, mi gioco un po’ di jolly ma riesco a recuperare buona parte del distacco e a raggiungerli con pochi minuti di ritardo al CP di Sa Corona Arrubia.

Nuova sosta per mangiare un piatto di pasta al bar – Dio vi ripaghi – e per dormire. Nuova partenza in notturna con un freddo che non dimenticherò facilmente e che ci accompagnerà in uno dei tratti più sofferti, fino a Baradili, dove un’altra sosta, anche se breve, è obbligatoria. Ripartiamo sapendo cosa ci aspetta, la Grande Giara. I ricordi sono già sfumati, la stanchezza era tanta, abbiamo attraversato la prima parte della Giara a gran velocità, non senza fermarci ad ammirare i cavallini, tra cui abbiamo notato con piacere la presenza di molti puledrini. La seconda parte invece…Pietraia poco pedalabile, portage e single track infinito. Altri colpi di sonno e un forcellino piegato per Federico ma Riccardo, che ha mantenuto più lucidità, ci ha fatto da veloce apripista ed è stato fondamentale in questa fase.

Siamo arrivati vicini alla conclusione, dispiace quasi pensare che tra poco si torna alla vita normale ma sembra che questa MyLand non ci voglia lasciar andare tanto facilmente. A pochissimi km dall’arrivo una corda di canapa si arrotola saldamente attorno ai miei pignoni, al punto di dover smontare la ruota e liberarla col coltello. Anche questa è passata, arriviamo al quartier generale.
Finalmente l’impresa è conclusa, vedere i sorrisi di chi ci ha accolto è stato molto piacevole, ora la stanchezza non è così evidente ma so che tra mezz’ora si farà sentire nel modo più intenso. Che incredibile avventura questa MyLand!